[10-06-2011] I referendum sul nucleare e sul legittimo impedimento: cosa si vota? Le tappe che hanno condotto dal quesito proposto dai comitati promotori al quesito su cui si pronunceranno i cittadini

di Irene Pellizzone, docente di diritto costituzionale, Università di Milano

A pochi giorni dallo svolgimento dei referendum, può essere utile ripercorrere le tappe che, in modo alquanto tortuoso, hanno condotto all’attuale formulazione dei quesiti in tema di legittimo impedimento ed energia nucleare.

In entrambi i casi si è assistito, per ragioni differenti, ad un’alterazione del quesito originario, proposto dai promotori, rispetto a quello su cui i cittadini si vedranno chiamati a votare.

Nel caso del legittimo impedimento, infatti, è sopraggiunta la sentenza n. 23 del 2011 della Corte costituzionale, che ha dichiarato incostituzionali e interpretato in modo conforme a Costituzione le norme “cardini” della legge.

Nel caso del nucleare, invece, sono sopraggiunte in via legislativa le modifiche del c.d. decreto omnibus, che ha abrogato le norme relative all’apertura alla produzione in Italia di energia nucleare, lasciando al contempo aperto uno spazio per l’adozione del nucleare all’interno della Strategia energetica nazionale a partire dal prossimo, da utilizzare tenuto conto dei risultati scientifici che verranno acquisiti in materia.

Partiamo proprio dalla vicenda del referendum sul nucleare, che è sicuramente la più complessa e di cui si descrive, qui, solo l’ultima tappa prima del voto, conclusasi proprio a ridosso della consultazione popolare. Ci si riferisce, più precisamente, alla sentenza n. 174 del 2011 della Corte costituzionale, pronunciata martedì 7 giugno.

Con questa decisione la Corte ha dichiarato ammissibile il referendum “sul nucleare” ,  una volta avvenuto il trasferimento del quesito, da parte dell’Ufficio centrale per il referendum istituito presso la Corte di Cassazione, sulle norme del decreto omnibus che, nell’abrogare quelle oggetto del quesito originario proposto dai Comitati promotori, hanno lasciato aperto uno spazio per il ricorso all’energia nucleare in Italia.

Ciò significa che la Corte costituzionale ha escluso l’esistenza di nuovi ostacoli di ordine costituzionale allo svolgimento del quesito, come riformulato dall’Ufficio centrale, ritenendolo tra le altre cose chiaro e univoco per l’elettore, nonché accertando che non investe le materie sottratte al referendum abrogativo dall’art. 75 Cost., con un controllo dall’esito forse scontato, posto che tale ultima valutazione dovrebbe necessariamente coincidere con quella già condotta sul quesito originario.

Occorre sottolineare, a questo punto, che la decisione della Corte costituzionale non costituisce l’esito di un appello contro la decisione dell’Ufficio centrale, ma qualcosa di differente. Il Giudice costituzionale è semplicemente tenuto a valutare, replicando il giudizio già condotto sul quesito originario, se il nuovo quesito non violi i limiti che la Costituzione pone all’istituto del referendum abrogativo. In questo modo, è esercitato un potere diverso e non sovrapponibile a quello che spetta all’Ufficio centrale, di estendere o trasferire il quesito referendario su norme sopravvenute.

Per completezza, può essere utile ricordare che non si tratta del primo caso in cui la Corte costituzionale si pronuncia in modo analogo, in seguito al trasferimento del quesito ad opera dell’Ufficio centrale. I precedenti sono indicati dalla stessa Corte costituzionale nella sua sentenza e sono costituiti dalle decisioni n. 70 del 1978, 48 del 1981 e 137 del 1993. Tornando alla sentenza sul nucleare, si deve in conclusione ricordare che la Corte costituzionale ha considerato utile, nel valutare la coerenza e chiarezza del quesito, con una specificazione insolita rispetto ai precedenti menzionati, riprendere la decisione della Cassazione e sottolineare che “le disposizioni di cui si propone l’abrogazione […] risultano […], a seguito della riformulazione del quesito da parte dell’Ufficio centrale, unite da una medesima finalità: quella di essere strumentali a consentire, sia pure all’esito di «ulteriori evidenze scientifiche» sui profili relativi alla sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore, di adottare una strategia energetica nazionale che non escluda espressamente l’utilizzazione di energia nucleare, ciò in contraddizione con l’intento perseguito dall’originaria richiesta referendaria”. Insomma, la Corte costituzionale, con la sua sentenza, non ha fatto altro che completare il percorso dell’Ufficio centrale per il referendum, che costituisce il vero punto volta per la continuazione del referendum sul nucleare, avendo proceduto alla delicata operazione di deliberare il trasferimento del quesito.

In questo quadro, allora, al netto delle modifiche legislative e del trasferimento del quesito compiuto, in modo forse disinvolto, dall’Ufficio centrale, qualcosa cambia rispetto all’obiettivo dei promotori, che hanno voluto chiamare i cittadini a esprimersi per bloccare la produzione di energia nucleare in Italia. La vittoria del sì costituirà pur sempre una netta presa di posizione del corpo elettorale contro il referendum, mentre una vittoria del no consentirà eventualmente, in futuro, di prendere in Italia la strada del nucleare.

Passiamo ora al legittimo impedimento.  In questo caso, l’intervento della Corte costituzionale del gennaio del 2011, reso all’interno di un giudizio di legittimità costituzionale, assume un peso senz’altro maggiore rispetto all’oggetto del referendum come proposto dai promotori. Infatti, attraverso la sua pronuncia, la Corte costituzionale ha eliminato dall’ordinamento giuridico, in quanto in contrasto, per quello che qui interessa, col principio di uguaglianza, le norme più rilevanti del quesito proposto. Ci si riferisce alle previsioni che differenziavano in modo marcato l’istituto del legittimo impedimento per il Presidente del Consiglio da quelle previste per l’impedimento a comparire in udienza di qualsiasi imputato e del suo difensore dal codice di procedura penale (art. 420 – ter). Più precisamente, la Corte ha annullato la parte dell’art. 1 che prevedeva l’automatico rinvio dell’udienza per impedimento continuativo del Presidente del Consiglio, per un periodo di sei mesi in sei mesi, reiterabile, in presenza di una semplice attestazione della Presidenza del Consiglio. Inoltre, ha aggiunto la previsione di una verifica da parte del giudice, in concreto, della presenza del legittimo impedimento, escludendo che la presenza di un impegno coessenziale all’attività di Governo del Presidente del Consiglio provochi in modo automatico il rinvio dell’udienza: solo una volta che il giudice accerti che l’impedimento è assoluto, cioè che l’impegno addotto dal Presidente del Consiglio non è rinviabile o differibile, dovrà insomma rinviare l’udienza. Infine, la Corte costituzionale ha compiuto un richiamo al principio di leale collaborazione, che magistratura e Governo dovranno seguire nel calendarizzare le udienze, che utilizza sin dal 2001 per dirimere i conflitti che sorgono a proposito dell’attività del parlamentare che si sovrapponga all’udienza. Tutto ciò riduce legge oggetto del referendum ad un guscio privo di contenuto, in quanto ripetizione di norme e principi che già operano da anni nel nostro ordinamento giuridico , nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti di dinanzi alla giurisdizione. In concreto, dunque, in conseguenza della sentenza della Corte costituzionale, e a prescindere dall’indiscutibile peso politico di questo referendum nonché dalle finalità soggettive dei promotori,  poco cambierà, in base all’esito del referendum, della sostanza delle norme processuali in tema di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio.