[06-06-2011] Referendum. E sai cosa voti?

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

L’appuntamento referendario del 12 e 13 giugno si sta caricando di ora in ora di significati che vanno molto al di là del tecnicismo dei quesiti referendari.
La battaglia per il raggiungimento del quorum, dunque, potrà essere vinta. La Costituzione, è bene ricordare, prevede che i referendum abrogativi siano validi solo se si recano alle urne almeno il 50% più uno degli aventi diritto. Se sono di meno, il referendum non è valido, senza che rilevi la conta dei “si” e dei “no”. Se, invece, il cd. quorum strutturale è raggiunto, allora si contano i voti favorevoli all’abrogazione e quelli contrari.
L’ultima volta che si raggiunse il quorum fu nel 1995. Da allora abbiamo collezionato ben ventiquattro quesiti referendari sotto-quorum. Il perché risiede, da un lato, nell’eccessivo ricorso allo strumento referendario, anche su temi estremamente tecnici e di scarso impatto sociale. Dall’altro lato, sui quesiti più sentiti (si pensi ai recenti referendum sulla procreazione assistita o a quelli sulla legge elettorale), le forze politiche hanno utilizzato l’arma propagandistica del non-voto, determinando il fallimento anche di consultazioni di tutto rilievo.
Vedremo cosa accadrà il prossimo fine settimana. Nell’attesa si deve registrare un clima politico che si è fatto molto teso e che, complici le recenti elezioni amministrative (e soprattutto i risultati di Milano e di Napoli), rischia di trasformare quattro quesiti referendari molto settoriali in un vero e proprio plebiscito pro o contro Silvio Berlusconi.
Il rischio, dunque, è che molti elettori vadano a votare “si” o vadano alla spiaggia (o, meno probabilmente, vadano a votare “no”) non per le specifiche convinzioni in materia di tariffa dell’acqua o di strategia energetica, ma per dare o negare il proprio appoggio al Presidente del Consiglio.
Questa “aberratio ictus”, al di là delle convinzioni politiche di ciascuno, non è un bene per l’istituto referendario. Di chi è la responsabilità? Questa volta, francamente, hanno contribuito in molti. Distinguiamo fra i quesiti. Quanto al nucleare, la responsabilità è, anzitutto lo stesso Presidente del Consiglio che, prima, in aprile, ha proposto una semplice “moratoria” di un anno. Poi ha approvato il “decreto omnibus” che abroga tutte le norme pro-nucleare sottoposte a referendum, ma – quasi contestualmente – ha fatto dichiarazioni alla stampa rivelando che, in realtà, al nucleare vorrebbe prima o poi tornare.
Poi ci ha messo del suo la Cassazione, cioè l’Ufficio centrale per il referendum, che ha confuso fatto e diritto, stravolgendo il quesito sul nucleare. Qualcuno ha parlato di processo alle intenzioni: diciamo che l’operazione della Cassazione di trasferire il quesito referendario su altre norme totalmente diverse è stata parecchio disinvolta. In più, come ha brillantemente notato Giovanni Guzzetta, adesso l’elettore è chiamato a pronunciarsi sull’abrogazione della norma che sospende il nucleare fino all’acquisizione di nuove evidenze scientifiche. Sì, ma l’abrogazione della norma comporta che al nucleare non si torni più comunque, o che ci si possa ad esso tornare senza acquisire evidenze scientifiche? Sembra paradossale, ma il rebus è ben complicato!
Poi il neo-presidente della Corte costituzionale, Alfonso Quaranta, che, appena insediato, ha dichiarato ai giornalisti che la Corte costituzionale non ha potere per fermare il referendum, anticipando così la probabile decisione della Corte. Risultato: il referendum, avente originariamente ad oggetto specifiche norme di legge sulla costruzione di impianti nucleari, si è trasformato in un plebiscito “consultivo” (e, di fatto, non più abrogativo) pro o contro il nucleare, pur vertendo su norme che trattano temi anche assai diversi, come la Strategia energetica nazionale.
Quanto ai referendum sull’acqua, buona parte della responsabilità è dei comitati promotori e delle forze politiche che ad essi si sono affiancate. Sono mesi che sentiamo proclami in favore dell’acqua pubblica. Pare che il referendum serva a riportare nella proprietà di tutti un bene comune che attualmente è stato “scippato” dai privati.
In realtà i due quesiti parlano d’altro. Il primo, infatti, mira ad abrogare l’intera disciplina sui servizi pubblici locali, che prevede gare e concorrenza negli affidamenti delle gestioni. Il secondo, invece, prevede che la tariffa del servizio idrico includa anche la remunerazione del capitale investito, sia esso privato o pubblico. Temi tecnici, dunque, che – almeno nel primo quesito – vanno molto oltre il servizio idrico e, comunque, nulla hanno a che fare con la “pubblicità” dell’acqua, che è inequivocabilmente riconosciuta sia dal codice civile, sia dalla legge Galli, poi confluita nel Codice dell’ambiente.
Meno “problematico” è forse il referendum sul legittimo impedimento. L’oggetto e il contesto, infatti, fanno sì che il quesito porti inevitabilmente con sé un significato “anti-Berlusconi”, colpendo una norma concepita “pro-Berlusconi”.
Come concludere, dunque? Ancora una volta la considerazione più adeguata è stata quella del Presidente della Repubblica: adempiere al proprio dovere di voto. Sì, ma l’elettore ricordi anche che, una volta ritirate le schede (e, dunque, una volta contribuito al raggiungimento del quorum) può anche votare no o votare scheda bianca. Oltre, ovviamente, a poter votare sì.