[02-06-2011] Un plebiscito sul nucleare?

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Un colpo di scena: l’ordinanza della Cassazione tiene in vita il referendum sul nucleare. Arriva davvero inaspettata, cerchiamo di capire perché. Prima, tuttavia, corre l’obbligo di ricordare che un conto sono i convincimenti politici, le simpatie e le antipatie per Berlusconi, il favore o il timore per l’atomo. Un altro conto sono le ragioni del diritto. Qui vogliamo riflettere sulla decisione della Cassazione nella seconda prospettiva.

I fatti: il Governo, negli anni passati, fa approvare un articolato corpo di norme che prevedono il ritorno all’energia nucleare e la costruzione di nuove centrali. Su questo corpo di norme viene presentata richiesta di referendum abrogativo da un comitato promotore in buona misura riconducibile all’Italia dei Valori. Il referendum viene ammesso e calendarizzato per il 12 e 13 giugno 2011. Nella stessa data si terranno anche i referendum sull’acqua e sul legittimo impedimento. Intanto accade Fukushima, e il governo ripensa al suo piano sul nucleare. Perché lo fa? È lecito pensare che il governo tema che l’onda emotiva suscitata dai fatti del Giappone porti una valanga di elettori nei seggi, consentendo il raggiungimento del quorum richiesto del 50% più uno, con conseguente probabile abrogazione anche delle norme sul legittimo impedimento.

E, allora, il governo prima pensa ad una moratoria, cioè a sospendere di un anno il programma sul nucleare. Poi, resosi conto che la mera sospensione non avrebbe impedito lo svolgimento del referendum, decide di passare alle maniere forti: con il famigerato decreto omnibus dispone l’abrogazione di tutte le norme sul nucleare oggetto dei quesiti referendari. All’apparenza, un trionfo dei comitati referendari. Nella sostanza, invece, un trucco per scongiurare il raggiungimento del quorum, lasciando uno spiraglio per reintrodurre nuove norme sul nucleare in futuro.

Qui arriva la Cassazione. La legge sul referendum dice in modo apparentemente chiaro che “se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum [istituito presso la Cassazione] dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. Sembra proprio il caso del nucleare. La Corte costituzionale, però, nella sentenza n. 68 del 1978, ha precisato che non basta una modifica di pura forma per far saltare il referendum: sarebbe troppo facile! Dice la Corte che se “l’intenzione del legislatore rimane fondamentalmente identica, malgrado le innovazioni formali o di dettaglio che siano state apportate dalle Camere, la corrispondente richiesta non può essere bloccata, perché diversamente la sovranità del popolo (attivata da quella iniziativa) verrebbe ridotta ad una mera apparenza”.

Alla luce di questi principi la Cassazione si è trovata a decidere se far comunque celebrare il referendum sul nucleare o se considerarlo superato. La conclusione – ormai lo sanno tutti – è che il referendum si farà. La Corte, infatti, ha ritenuto che la “maxi-abrogazione” delle norme sul nucleare, contenuta nel decreto omnibus, sia una sorta di gabola ai danni degli elettori, che però non supera la domanda di fondo, “volete o no il nucleare?”, che rappresenta il vero significato della richiesta di referendum. La consultazione, dunque, deve tenersi nonostante il decreto omnibus, anche perché il medesimo decreto lascia alcuni spiragli aperti, consentendo l’adozione di una futura Strategia energetica nazionale che, a determinate condizioni, potrebbe anche prevedere il nucleare.

La soluzione della Cassazione può anche far piacere, nel merito. Molti la accolgono come una vittoria della “giustizia”, come un altolà alle furbate e agli inganni.

Nonostante il fatto che alcuni fra i più autorevoli costituzionalisti italiani abbiano fortemente sostenuto la necessità di votare sul nucleare anche dopo il decreto-omnibus, non mancano le perplessità: è innegabile, infatti, che la normativa pro-nucleare – ad oggi – non esiste più. È stata abrogata dal decreto-omnibus e non può più produrre alcun effetto. È altrettanto vero che il governo si è lasciato le porte socchiuse, rinviando le decisioni sulla strategia energetica nazionale a quando saranno state acquisite nuove evidenze scientifiche, anche sul nucleare.

Trasformare il referendum in una consultazione su “volete o non volete il nucleare”, tuttavia, sembra connotare in senso plebiscitario un istituto di democrazia diretta, quale il referendum previsto dal’art. 75 della Costituzione, che è stato pensato per consentire agli elettori di esprimere una volontà circoscritta all’abrogazione di norme esistenti nell’ordinamento e produttive di effetti.

Con tutte le attenuanti di fatto, dunque, la decisione della Corte di Cassazione lascia sul tappeto non poche perplessità di diritto.