[28-05-2011] La Costituzione, argine dell’effimero

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

La tensione esasperata verso il progresso materiale ed economico pone spesso in tensione le esigenze della modernità con quelle del diritto costituzionale. Di fronte al dilagare di mercati à la carte, di morali on demand e di bisogni effimeri, diventa necessario domandarsi quale debba essere il rapporto della Costituzione con il tempo: c’è ancora spazio per un radicamento tradizionale, per un ancoraggio delle fondamenta nel passato, oppure i canoni della coesistenza civile devono essere sbilanciati sul day-by-day, con una continua opera di ridefinizione e con la resa al relativismo e all’oggettivizzazione occasionale dei valori giuridici?

Le Costituzioni mostrano una significativa complessità temporale: esse, infatti, sono legate sia al passato, sia al presente, sia al futuro. Sotto il primo profilo, quello del rapporto con il passato, le Costituzioni mostrano un’attitudine ambigua: da un lato, infatti, sono numerosi gli esempi di testi che sorgono in seguito ad eventi rivoluzionari e che, dunque, sottolineano sia nella forma che nella sostanza la distanza dai regimi precedenti. Ne è chiaro esempio la Dichiarazione di indipendenza delle tredici colonie del Nord-America del 1776, che elenca con grande dettaglio “gli abusi e le usurpazioni” compiute dal Re d’Inghilterra. Di uguale suggestione è, ad esempio, la Costituzione rivoluzionaria francese del 1791, che ha come prima finalità quella di abolire “le istituzioni che ferivano la libertà e l’uguaglianza dei diritti”. Ma il rapporto della Costituzione con il passato ha anche un’altra sfaccettatura: spesso è là che si affondano le radici dei diritti, che le Carte costituzionali si limitano e riconoscere e a garantire. In questi casi, il legame con il passato è garanzia di inviolabilità e di immodificabilità dei diritti fondamentali dell’uomo.

Le Costituzioni devono anche fare i conti con il presente. Alcune correnti di pensiero, che non è qui possibile riprendere in profondità, ritengono che ogni testo costituzionale abbia carattere atemporale, e che, dunque, debba essere interpretato ed applicato solo “nel presente”, senza tributi alla storia che lo ha originato o alla stratificazione delle sue interpretazioni. Il tempo della Costituzione, così, si riduce ad un tempo istantaneo e, come tale, non effimero, bensì eterno. Accettando questa impostazione – fortemente positivista – la Costituzione si “disumanizza”, non essendo più testimonianza di un’epoca passata, né tentativo di plasmare un’epoca futura.

Appunto, il futuro. È la terza dimensione temporale della Costituzione e, forse, la più delicata. Nella storia si contano alcuni esempi di Costituzioni “provvisorie”. La regola, tuttavia, è che una Costituzione nasce per durare: ha una vocazione di eternità, come ben testimonia il carattere “perpetuo ed irrevocabile” attribuito da Carlo Alberto allo Statuto del 1848. È altresì vero che molti pensatori, sin da tempi antichi, hanno notato il paradosso di voler vincolare le generazioni future: Thomas Paine e Thomas Jefferson consideravano ridicolo voler governare “al di là della tomba”. Condorcet, per parte sua, riteneva necessaria una revisione completa della Costituzione ogni vent’anni, tempo medio di una generazione. Oggi sembra che il tema riguardi non tanto il vincolo da porre a chi non c’è ancora, quanto il vincolo da porre a chi c’è oggi, per consegnare intatti determinati beni e valori alle generazioni future. Lo sviluppo sostenibile e il dibattito degli ultimi decenni sulla tutela dell’ambiente e sul principio di precauzione sembrano porsi esattamente in questa prospettiva.

La straordinaria complessità temporale della Costituzione dovrebbe insegnare che la sua modifica è opera di estrema delicatezza, che non può seguire le mode o le suggestioni esterofile. E che, soprattutto, il tempo dell’economia globalizzata e della finanza istantanea rischia di divenire un tempo disistituente che non dovrebbe imporsi al tempo delle regole e della Costituzione, ma che – anzi – dovrebbe essere da questo strettamente regolato.