[20-05-2011] Omofobia e normofobia: la paura di fare leggi

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

L’omosessualità fa paura. Pensare che Thomas Jefferson, uno dei padri della Dichiarazione di indipendenza americana, propose in Virginia che gli omosessuali fossero puniti con la castrazione, e non ebbe successo: il Parlamento approvò una legge per mandarli a morte. Tempi lontani, si dirà. Eppure, negli Stati uniti, l’orrido cimelio delle sodomy laws è rimasto realtà fino all’estate del 2003, quando, finalmente, la Corte suprema le ha dichiarate incostituzionali.

In Europa le cose sono andate un po’ meglio, anche se, in passato, non sono mancate le leggi di condanna degli atti omosessuali.

Oggi, invece, si discute sull’approvazione di una legge a tutela dell’omosessualità. O, meglio, si discute sulla proposta di considerare circostanza aggravante il fatto che un reato sia commesso contro un omosessuale. Il testo del progetto di legge, però, non sembra interessare nessuno dei nostri parlamentari. La questione è diventata ideologica: difendere o no gli omosessuali?

Non ce ne dovrebbe essere bisogno, verrebbe da dire. Una democrazia matura, un popolo vagamente civile, non dovrebbe aver bisogno di leggi su ciò che è ovvio e condiviso. Però la legge non può seguire le teorie: deve esserci laddove ce n’è bisogno. E, qui, c’è bisogno. Il punto, cioè, è quello di usare la forza del diritto laddove, purtroppo, non è ancora arrivata la forza della cultura.

Lo spettacolo di un Parlamento stanco, che trascina questo progetto di legge da mesi e che non riesce a dire un sì o un no chiaro, è penoso. La maggioranza di centro-destra, con la connivenza del terzo polo, ha assunto posizioni ambigue, viscide. Si apre alla discussione, si invocano norme europee, ma poi si trova il pretesto per far saltare tutto, come è successo ieri.

Qualcuno potrebbe obiettare che le discriminazioni contro gli omosessuali sono già vietate dalla Costituzione, e tanto basta. È vero: tutto l’impianto costituzionale è fondato sul principio di uguaglianza, che non tollera discriminazioni, anche basate sulle abitudini sessuali. Ma i principi devono essere fatti vivere, difesi e protetti dal legislatore. Serve enforcement, per dirla all’americana. E l’attualità, anche recente, ha purtroppo mostrato che le discriminazioni nei confronti degli omosessuali sono frequenti in ogni ambiente, dalla pubblica via, alle università, agli ambienti di lavoro. Per questo serve una legge. Per questo non bastano i nobili principi costituzionali, né il Trattato di Lisbona o i principi della Carta europea dei diritti dell’uomo. Serve, una volta tanto, che il Parlamento faccia quello per cui esiste. Quello per cui storicamente è nato: difendere chi ha bisogno, adottando leggi, cioè precetti e sanzioni. Servono decisioni chiare e rapide, al passo con i tempi. Le dinamiche parlamentari, invece, sono sempre più pesanti, lente e lontane dai bisogni e dagli interessi dei cittadini.

Con una buona dose di coraggio anche Mara Carfagna e Alessandra Mussolini si sono sdegnatamente dissociate dalla linea di trincea della maggioranza. Questo rende loro merito e impone a noi di pensare che sono loro, almeno oggi, il volto presentabile di una classe politica degradata e moralmente insignificante.

Anche il Presidente della Repubblica, nei giorni scorsi, era intervenuto per biasimare la pubblica ostentazione di convincimenti omofobici. In altre parole, nelle democrazie che siano davvero tali nessuno si può permettere di irridere il prossimo sulla base degli orientamenti sessuali. In Italia l’arretratezza culturale è enorme. Sarebbe un passo avanti se il vuoto fosse colmato, almeno in parte, dal diritto.

(pubblicato sul Secolo XIX del 20-05-2011)