[18-05-2011] Un Testamento bio (il) logico e incostituzionale

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Universitá di Genova

Ci risiamo. Ecco che il Parlamento ci ripropone la trama di un film già visto. Riprende oggi alla Camera dei Deputati la discussione sulla c.d. legge sul Testamento biologico, già approvata in prima lettura dal Senato il 29 marzo 2009. E già si parla, in caso di sua approvazione definitiva, di referendum. O, più probabilmente, sarà la Corte costituzionale, non apppena ne avrà l’occasione, a smontare pezzo per pezzo questa legge nel tentativo di renderla conforme a Costituzione. Dove abbiamo già visto un film simile? All’indomani dell’approvazione della legge n. 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Io, allora, ero contraria al referendum, poiché pensavo che la materia fosse troppo delicata e tecnica per poter essere sottoposta a un quesito referendario. Il referendum, com’era prevedibile, non raggiunse il quorum e il Parlamento, da lì in poi, si è completamente disinteressato della legge. Soltanto la Corte costituzionale è tornata di tanto in tanto a occuparsene, e col tempo ha riportato la legge n. 40 nell’alveo di una maggiore compatibilità con la Costituzione.
La stessa sorte si pensa che toccherà anche alla legge sul Testamento biologico, qualora essa venisse approvata così com’è. Un’altra legge che tocca il piano etico e morale delle persone, di fronte alla quale il Parlamento non ha saputo trattenersi dal compiere scelte di valore, che non solo ci allontano dal dettato costituzionale, ma ci riportano indietro di almeno quarant’anni, al tempo in cui si pensava che la libertà di cura del medico dovesse prevalere sulla libera autodeterminazione dell’individuo. Oggi, ormai, la giurisprudenza è concorde nel riconoscere il diritto del paziente di rifiutare le cure mediche che gli vengono somministrate, anche quando tale rifiuto possa causarne la morte, conformemente agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione. Al Parlamento si chiedeva soltanto di rendere effettivo tale diritto anche nei casi di perdita di coscienza, consentendo a tutti di dettare anticipatamente le proprie volontà terapeutiche.

La risposta è stata una scelta pressoché assoluta a favore della vita. L’intenzione di fondo potrebbe apparire nobile e condivisibile, ma così non è. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i diritti fondamentali sa infatti che all’assolutizzazione di un diritto fa sempre da contraltare la limitazione di un altro diritto, che non per questo diventa meno importante. Nel caso della legge (rectius: per ora ancora disegno di legge) sul Testamento biologico a essere inesorabilmente limitato sarebbe il principio di autodeterminazione rispetto ai trattamenti sanitari, in base al quale ogni persona dovrebbe essere libera di scegliere le cure ritenute più conformi alle proprie convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche.
Qualora la mia attività cerebrale dovesse cessare irreversibilmente, io riterrei giunta al termine la mia stessa vita. Rabbrividisco all’idea che una legge del Parlamento potrebbe imporre al mio corpo fisico di continuare a vivere. E come me, credo, siano in molti a rabbrividire.