[07-05-2011] Napolitano stoppa il rimpasto

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Ancora una volta il Presidente della Repubblica dà una lezione di diritto costituzionale al Governo. La disinvoltura con cui è stata portata a termine l’infornata dei nuovi sottosegretari non dev’essergli affatto piaciuta. E, così, Giorgio Napolitano ha ricordato seccamente al Presidente del Consiglio che un simile rimpasto deve essere portato all’attenzione del Parlamento. Per tutta risposta, il PdL ha fatto capire di non pensarci nemmeno: la “storica” fiducia raggranellata il 14 dicembre non ha bisogno di conferme. E, anzi, verrebbe da dire, la promozione dei “responsabili” è lì a dimostrare il legame tra il voto di dicembre e gli odierni equilibri di governo.

Gli articoli della Costituzione dedicati al Governo e al suo funzionamento sono pochi. Il nostro sistema, tuttavia, è chiaro e tassativo nel richiedere che la fiducia ad un nuovo governo sia espressamente concessa dalle Camere, senza che possa essere presunta (come, invece, avviene in altri ordinamenti europei). La domanda è dunque la seguente: se la compagine governativa viene modificata in corso di mandato, valgono le stesse regole che si applicano in caso di formazione di un nuovo governo? La Costituzione non dà una risposta espressa. Ci si deve dunque muovere sui binari dell’interpretazione e delle prassi che si sono via via consolidate.

Bisogna fare una distinzione: un conto è una modifica nella composizione del governo dovuta, ad esempio, alla sostituzione di un Ministro per ragioni personali. Altro conto, invece, è lo stravolgimento della squadra iniziale per ragioni prettamente politiche e, cioè, per far spazio a qualche nuova forza politica.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad un’infornata finalizzata alla ricompensa: sono passati all’incasso coloro che, nei giorni difficili di dicembre, consentirono all’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi di sopravvivere alla rottura con Gianfranco Fini e con il gruppo di Futuro e Libertà.

Da un punto di vista sostanziale, dunque, non vi è dubbio che sia condivisibile il richiamo del Presidente della Repubblica: le nuove nomine alterano gli equilibri politici all’interno dell’esecutivo, perciò la questione deve essere valutata politicamente dal Parlamento. Sotto il profilo formale, però, la questione è un po’ più scivolosa: i sottosegretari, infatti, non rientrano fra gli organi di governo previsti dalla Costituzione e, pertanto, non devono ottenere una fiducia espressa da parte delle Camere, a differenza dal Governo collegialmente inteso, e cioè formato dal Presidente del Consiglio e dai Ministri. Se ciò è vero, si può ritenere che il rimpasto di questi giorni non comporti l’obbligo formale di chiedere al Parlamento un nuovo voto di fiducia.

Resta però il fatto che il nuovo equilibrio politico, anche se ricollegato alla nomina dei sottosegretari e non al mutamento dei Ministri, non può sfuggire ad una valutazione parlamentare. Inoltre l’art. 5 della legge n. 400 del 1988 prescrive espressamente che il Presidente del Consiglio debba comunicare alle Camere ogni mutamento avvenuto nella composizione del Governo, qui includendo senz’altro anche i sottosegretari di Stato.

Silvio Berlusconi, pertanto, potrà non presentarsi alle Camere chiedendo un voto di fiducia. Tuttavia è tenuto dalla legge a comunicare formalmente in Parlamento la nomina dei sottosegretari “ricompensati”: su tale comunicazione si aprirà verosimilmente un dibattito parlamentare, che potrà anche sfociare in un nuovo voto di fiducia.

(pubblicato sul Secolo XIX del 07-05-2011)