[30-04-2011] Le bombe valgono ben un voto

Riesce un po’ difficile capire come l’Italia non sia in guerra con la Libia e però, al tempo stesso, decida di bombardarla. Le bombe evocano nella cittadinanza qualcosa di terribile, che si descrive con una sola parola: guerra. E a poco serve il tentativo di stile del governo, che cerca di addolcire la pillola chiamandole bombe intelligenti: la realtà ha troppe volte svelato che si tratta di un ossimoro.

A volte, dunque, il linguaggio del diritto sembra talmente lontano da suonare falso e ingannevole. Eppure, sotto il profilo puramente tecnico, il nostro Paese può decidere di usare i propri aerei da guerra per bombardare la Libia. E può farlo anche senza un voto di autorizzazione del Parlamento.

Per comprendere come tutto ciò sia possibile, è necessario fare un passo indietro, per capire come la Costituzione, nel 1948, ha disciplinato la guerra e le operazioni militari. La regola, sulla carta, è semplice: l’Italia ripudia la guerra (art. 11 Cost.) e, dunque, può partecipare solo a conflitti difensivi. Se lo fa, ci deve essere una deliberazione preventiva del Parlamento (art. 78 Cost.), che conferisce al governo i poteri necessari. Lo stato di guerra deve essere poi dichiarato dal Presidente della Repubblica (art. 87 Cost.).

Nulla di tutto ciò, ovviamente, si è verificato in questi giorni. Per capirne le ragioni bisogna proseguire nella lettura dell’art. 11 della Costituzione, che consente all’Italia limitazioni della sovranità per partecipare ad organizzazioni internazionali finalizzate a garantire la pace e la giustizia fra le Nazioni. Questa previsione è stata utilizzata per aderire all’ONU, alla NATO, alle Comunità europee. A tutto questo si deve aggiungere un ulteriore tassello: quasi tutti i conflitti degli ultimi anni non sono stati qualificati come “guerre”, bensì come “operazioni di polizia internazionale”, “interventi umanitari” o simili.

Mettendo insieme questi due elementi, il gioco è fatto: l’Italia non fa più guerre, ma operazioni denominate in altro modo, che ricadono sotto l’ombrello delle organizzazioni umanitarie alle quali ha aderito.

Formalmente, dunque, non serve nessuna autorizzazione parlamentare: la scelta “va da sé”, e le operazioni sono gestite dall’esecutivo. Anche nel caso dell’intervento in Libia lo schema è stato rispettato: tutto ricade nelle previsioni della risoluzione n. 1973 dell’ONU, che autorizza l’uso della forza in Libia con finalità umanitarie. Sotto questo profilo, non si può dare torto né al Ministro degli Esteri, Franco Frattini, che giustifica l’intervento italiano in base al contenuto della risoluzione ONU, né – meno ancora – al Presidente della Repubblica, che ha letto nella decisione italiana il naturale sviluppo dell’intervento in Libia. In fondo, qualcuno che davvero tiri le bombe ci deve pur essere. Lo avrebbero fatto gli americani da soli, forse. Ma il passaggio delle operazioni sotto l’egida NATO ha cambiato i rapporti di forza all’interno della coalizione e l’esposizione italiana non sarebbe più comprensibile.

Tutto regolare, dunque? Formalmente sì, ma – appunto – resta il fatto che gli aerei italiani cominceranno a sganciare bombe sul territorio libico e, purtroppo, anche sulla testa di qualcuno. Non è una guerra, formalmente. Ma a volte le sottigliezze del linguaggio giuridico risultano incomprensibili e indigeste ai cittadini e anche ai loro rappresentanti: lo confermano tutte le prese di posizione (e di distanza) registrate nelle ultime ore, anche da autorevoli esponenti della maggioranza. Se anche non è formalmente necessario un voto parlamentare, è altamente auspicabile che vi sia lo stesso, anzitutto per riportare una scelta così drammatica all’organo rappresentativo dei cittadini e, poi, per verificare che – almeno sulla politica estera – la maggioranza esista e sia solida.