[20-04-2011] Così il Governo beffa il referendum

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Ha vinto il referendum, il referendum è morto. Questo il bilancio di un’altra giornata di fine impero conclusa al Senato con l’approvazione di un emendamento del Governo che, a sorpresa, squaderna i progetti trionfalistici di ritorno al nucleare. Ci eravamo sbagliati, forse è meglio lasciar perdere. Questa è la nuova posizione del Governo. Dopo Fukushima era bastato ascoltare le parole rubate di Stefania Prestigiacomo per capire che qualcosa sarebbe accaduto: qui ci giochiamo le elezioni, disse la ministra.

È risultato subito chiaro che, dopo i fatti del Giappone, un dibattito sereno sul ritorno al nucleare sarebbe stato impossibile. Eppure il Governo ci si era giocato buona parte del suo programma di sviluppo energetico. Pazienza, avevamo sbagliato. La leggerezza con cui le scelte vengono prese e poi rimangiate è sconsolante.

A leggere l’emendamento proposto dal Governo c’è da rimanere stupefatti: è praticamente una fotocopia del quesito referendario. Quello che i referendari volevano sottoporre al voto popolare, il Governo lo ha trasformato in legge, parola per parola. Sotto questo profilo si può parlare di una vittoria, anzi, di un trionfo, del referendum: la richiesta di abrogazione è stata talmente convincente da indurre il Governo a ravvedersi in modo plateale delle sue convinzioni nucleariste, accogliendo ogni singola richiesta dei comitati referendari. Quanto avvenuto ieri è molto diverso dalla cosiddetta moratoria approvata con il decreto-omnibus: là, infatti, si prendeva tempo, sospendendo la costruzione delle centrali per un anno. Qui, invece, si cancellano in via definitiva le norme che prevedono il ricorso al nucleare. La moratoria, essendo uno stratagemma provvisorio, non avrebbe impedito di svolgere il referendum. L’emendamento approvato ieri sera, invece, cancella il lungo quesito referendario. Tutto è bene quello che finisce bene, si potrebbe dire. In realtà c’è il trucco: il referendum sul nucleare avrebbe sicuramente avuto un effetto di traino sui cittadini portandoli a votare anche sugli altri due quesiti, quello sull’acqua e – soprattutto – quello sul legittimo impedimento. La mossa del governo sembra proprio motivata dalla volontà di “disinnescare” i rischi di una consultazione referendaria dal sapore fortemente politico.

Il “trucco” emerge dall’analisi dell’emendamento: come si è detto, recepisce una a una le domande dei referendari. Che bisogno c’era di fare questa retromarcia dell’ultimo minuto? Davvero il governo ha maturato in materia di nucleare convincimenti diametralmente opposti a quelli che aveva fino al mese scorso? Improbabile. Certo, però, se avesse lasciato che sul nucleare si esprimessero gli elettori, sarebbe stato molto probabile avere un voto di massa anche contro il legittimo impedimento. Rischio che si è ritenuto troppo elevato da correre: meglio stravolgere la politica energetica del Paese. A proposito, di questa cosa rimane? Poco o nulla. Continueremo a dipendere fortemente dal petrolio e dal gas dei Paesi stranieri. Da domani non avremo più un progetto di energia nucleare, né abbiamo un investimento convinto sulle energie rinnovabili, tanto che gli incentivi per il settore sono stati quasi azzerati. Per ora il Governo non è stato nemmeno in grado di chiudere i conti con il passato: non solo abbiamo sul territorio le scorie nucleari prodotte fino al 1987, ma riceveremo nei prossimi anni altre scorie da Paesi stranieri, in virtù di discutibili accordi internazionali. Dove stanno le scorie radioattive? In teoria dovremmo avere un deposito unico, costruito con criteri di massima sicurezza. In realtà questo deposito non esiste, e le procedure per la sua individuazione, messe a punto da questo governo, sono tanto complesse da sembrare irrealizzabili. L’alternativa più realistica, e più inquietante, è il cd. decommissioning: in teoria significa riportare i prati verdi dove c’erano centrali e scorie. In pratica significa trasformare i siti provvisori di stoccaggio in tanti depositi di scorie sparsi sul territorio, per scansare le responsabilità politiche di individuare un nuovo deposito nazionale. Il danno e la beffa, insomma.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 20-04-2011)