[14-04-2011] L’opera buffa del processo breve

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Come da copione, l’opera buffa del processo breve è andata in scena ieri pomeriggio alla Camera dei deputati. Lo spettacolo ha confermato le peggiori aspettative ed è stato il degno epilogo di giorni surreali passati tra tribunali, piazze e aule parlamentari.

Gli attori dell’operetta hanno ruoli ben distinti. Anzitutto il Presidente dell’Assemblea: Gianfranco Fini, che si è visto aggredire dal responsabile d’Aula del Partito democratico e addirittura tacciare di essere il peggior presidente della storia repubblicana. Ma anche Rosy Bindi, che ha presieduto la seduta notturna ed è invece stata oggetto degli strali del Popolo delle libertà.

Poi c’è l’opposizione, una specie di coro greco che snocciola meritoriamente gli articoli della Costituzione, ma – al tempo stesso – dimentica di costruire una seria alternativa di governo, in ciò rendendosi complice, quantomeno per omissione, delle scorribande della maggioranza.

Un ruolo di peso spetta, purtroppo, anche alla piazza: da un lato esaltata da Berlusconi davanti ai tribunali, dall’altro organizzata dalla sinistra come nelle tradizioni.

Il ruolo più scomodo è quello di Giorgio Napolitano, lontano anni luce dal cliché di Presidente notaio: ancora una volta è lui che deve tenere insieme i cocci delle nostre istituzioni, e ancora una volta è a lui che si guarderà chiedendogli, a seconda delle convinzioni o delle convenienze, di rinviare la legge sul processo breve o, invece, di promulgarla.

Ma il vero protagonista è la maggioranza, quantitativamente stabile, ma qualitativamente a perdere, rimpolpata dai rappresentanti del governo al gran completo e dal drappello dei “responsabili”. Come si fa a portare avanti una proposta di legge sulla giustizia sulla quale grava l’ombra lunga del conflitto di interessi? Come può un deputato votare una riforma della giustizia che può portare vantaggi personali a Berlusconi? Non è nemmeno questione di entrare nel dettaglio delle singole previsioni, né di soffermarsi sull’elenco dei processi (Viareggio, l’Aquila, etc.) che sublimeranno grazie al voto dei nostri onorevoli. Il vizio è molto più profondo.

Del resto, dove è finita la riforma epocale della giustizia annunciata poche settimane fa dal ministro Alfano? Dove sono scomparse le velleità di riforma della Costituzione? È tutto qui quello che rimane? Sì, ed è molto grave che la vera ed urgente esigenza di riformare la giustizia italiana venga ridotta ad una leggina sulla prescrizione, che produrrà effetti diretti nei processi contro il Presidente del Consiglio. In altre parole, la legge non è più espressione della volontà generale, ma è uno strumento difensivo come un altro, utilizzato dal Presidente del Consiglio per reagire alla magistratura. Eppure proprio ieri il Presidente della Repubblica ha ancora sottolineato l’importanza della separazione dei poteri. E pochi giorni prima aveva ricordato il ruolo fondamentale dell’indipendenza della magistratura.

La giustizia, si diceva, deve essere riformata. Anche il ruolo dei pubblici ministeri può essere ripensato, e soprattutto il loro rapporto con gli organi di informazione. Ma non si può usare il potere legislativo come strategia difensiva. La confusione tra sfera personale e sfera pubblica porta verso una concezione privatistica del potere che reca in sé i germi distruttivi dello stato di diritto. La convinzione di poter imporre alla magistratura il proprio volere, anche utilizzando lo strumento legislativo, riporta al lit de justice dei sovrani francesi, scomparso con la rivoluzione del 1789.

Lo spettacolo di ieri incarna, forse inconsapevolmente, la visione iper-positivista che nega qualunque identità tra diritto e giustizia. Se il processo breve passerà anche in Senato avremo una nuova legge, avremo nuovo diritto. Non per questo, però, avremo un sistema giudiziario migliore e, soprattutto, non avremo alcun riavvicinamento tra il diritto e la giustizia.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 14-04-2011)