[12-04-2011] Quel “velo” che rende miope la legge

di Graziella Romeo, docente di diritto pubblico, Università Bocconi e visiting scholar Fordham University, New York

È entrata in vigore ieri in Francia la legge che proibisce di indossare il cosiddetto velo islamico nei luoghi pubblici (Loi interdisant la dissimulation du visage dans l’espace public), approvata nel settembre dello scorso anno. Le intenzioni perseguite dal legislatore sono sostanzialmente due: garantire la pubblica sicurezza, vietando l’occultamento del viso, e tutelare la dignità personale delle donne.

La misura non entusiasma particolarmente gli attivisti per i diritti delle donne e, anzi, sembra irritare fortemente la comunità musulmana, come dimostrano le proteste di ieri a Parigi.

Un coro di voci critiche, provenienti da illustri intellettuali tanto francesi, quanto stranieri (l’ultimo è stato Timothy Garton Ash), hanno seguito l’approvazione della loi. I commentatori non francesi si appellano ai rispettivi Paesi: per favore non seguiamo l’esempio del legislatore d’Oltralpe.

Il “timore” non è infondato, dal momento che la misura in questione gode già di un certo seguito in Europa. Il Belgio ha approvato disposizioni sostanzialmente simili; in Italia esistono alcune proposte di legge di modifica dell’art. 5, l. 152/1075, sulle quali si è espresso, in senso parzialmente favorevole, anche il Comitato per l’Islam in Italia. Più precisamente, il Comitato ha dichiarato che l’obbligo di indossare indumenti che coprono integralmente il volto e il corpo delle donne (burqa, niqab, chador) non corrisponde ad una prescrizione religiosa.

Sgomberiamo appunto il campo da accuse di crociate contro l’islam e proviamo a ragionare sul divieto di indossare il velo.

Uno degli intenti dichiarati dai legislatori è quello di “emancipare” le donne musulmane dall’obbligo di indossare un indumento che, nascondendole, ne lede la dignità. Una legge che si propone questo scopo dovrebbe però: a) accertarsi che ciò corrisponda alla volontà delle “liberate”; b) assicurarsi che il mezzo (il divieto del velo) sia effettivamente funzionale alla realizzazione dello scopo (l’emancipazione della condizione femminile).

Infatti, vietando di indossare il velo quale tipo di beneficio concreto si offre a quelle donne musulmane che vivono una condizione di inferiorità in famiglia e nella società (occidentale)? Non sarebbero più utili interventi mirati a sostegno dei loro diritti? nel campo, per esempio, delle pari opportunità? dell’integrazione sociale? del lavoro?

L’impressione è che i legislatori europei siano soprattutto ossessionati dalla paura dell’invasione dell’islam, al punto da comportarsi come se, dotando di regole precise la convivenza civile tra “europei” e “musulmani”, stessero in qualche modo “civilizzando” indurettamente i Paesi in cui le donne vivono in una condizione di inferiorità sociale e giuridica. Peraltro, confondendo la religione islamica con il suo utilizzo politico, in funzione di legittimazione di regimi autoritari e violenti.

Il giudizio perplesso su leggi di questo tipo non muta neppure analizzando l’aspetto relativo alla sicurezza pubblica. Infatti, il divieto di usare caschi, indumenti, o qualunque mezzo tale da rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico è presente in molti ordinamenti europei (in Italia, all’art. 5, l. 152/1975) a tutela della sicurezza pubblica. Rispetto a queste misure una legge speciale “anti-velo” avrebbe un’utilità tutto sommato secondaria. Di certo, alla persona coperta dal velo e colta in atteggiamenti sospetti, l’autorità di pubblica sicurezza potrebbe chiedere di mostrare il volto e di consegnare i propri documenti identificativi.

Una legge “anti-velo” rischia di circondare l’appartenenza alla comunità religiosa islamica di una certa diffidenza, di una odiosa presunzione di pericolosità.

Un’Europa che dovrà affrontare la sfida del multiculralismo presumibilmente prima di quanto avesse preventivato ha davvero bisogno  di interventi di questo tenore?