[07-04-2011] La Corte può respingere il conflitto al mittente

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

In zona Cesarini è arrivato il conflitto di attribuzioni, sollevato dalla Camera dei deputati poche ora prima dell’inizio del processo di Milano sul caso Ruby. Di cosa si tratta? È un rimedio estremo, che gli organi costituzionali possono attivare davanti alla Corte costituzionale quando ritengono che le proprie attribuzioni siano state lese da un altro potere dello Stato. In questo caso, la Camera ha ritenuto che spettasse a lei, e non alla Procura milanese, decidere a quale giurisdizione assoggettare il Presidente del Consiglio. L’obiettivo è quello di far giudicare Berlusconi dal Tribunale dei Ministri, e non dall’ordinario Tribunale di Milano. La Costituzione, infatti, all’art. 96, prevede tale giudice speciale per i reati commessi dai membri del Governo nell’esercizio delle funzioni.

Ma che c’entra Ruby con le funzioni di governo, viene da chiedersi? Se si crede che Berlusconi abbia fatto pressioni sulla Questura milanese per far rilasciare la giovane marocchina, credendo davvero – in cuor suo – che si trattasse della nipote di Mubarak e che si sarebbe scatenata una grave crisi diplomatica, allora sì: Berlusconi agiva nell’esercizio delle sue funzioni di capo del Governo. La ricostruzione è davvero poco convincente, ma tant’è: la maggioranza dei Deputati ci crede. E quindi contesta che simile questione “governativa” possa essere giudicata da un tribunale qualunque.

Tutti alla Corte, dunque. Che, come spesso è accaduto in questi anni, dovrà dire l’ultima parola su questioni dal forte impatto politico. Dovrà, cioè, dire a chi spetta giudicare Berlusconi. Se rigetterà il conflitto, tutto continuerà al Tribunale di Milano. Se, invece, accoglierà il conflitto, il giudizio si incardinerà presso il Tribunale dei Ministri. Cercando di capire cosa sia tale Tribunale, si fanno delle scoperte interessanti. La legge, infatti, prevede che si tratti di un collegio formato presso la Corte d’Appello competente per territorio e formato da tre giudici del distretto. In altre parole: il Tribunale dei Ministri sarà costituito da tre giudici del distretto milanese e lavorerà a Milano. Ma allora quali sono i vantaggi per Berlusconi? Non sono certo nella composizione del collegio, ma nella previsione dell’art. 96 della Costituzione, che richiede la preventiva autorizzazione della Camera per assoggettare il premier al Tribunale dei Ministri. Allora è tutto chiaro: la strategia è quella di negare l’autorizzazione a processare Berlusconi sul caso Ruby.

Non è facile prevedere cosa deciderà la Corte. Anzitutto è da dirsi che il sollevamento del conflitto non comporta la sospensione del giudizio dinanzi ai giudici di Milano. Tale decisione potrebbe essere presa solo dalla Corte costituzionale, ma in un momento successivo. Il primo compito della Consulta, invece, è quello di valutare se il conflitto è ammissibile o no. Costituzionalisti del calibro di Alessandro Pace ritengono che la Camera non avesse titolo a sollevare il conflitto, perché non spettava a lei decidere se il presunto reato di Berlusconi fosse riconducibile all’esercizio delle funzioni di governo. Se la Corte accogliesse questa tesi, bloccherebbe la questione sull’uscio, e il processo milanese non ne risentirebbe. Se, invece, il conflitto fosse ritenuto ammissibile, la situazione si complicherebbe e i tempi si allungherebbero. In una recente decisione (il caso del ministro Matteoli dell’anno scorso) la Corte ha dato ragione al Parlamento. Questa volta il caso è diverso. Ma se la Corte dovesse nuovamente accogliere il conflitto, la fase dibattimentale nel frattempo svolta a Milano verrebbe travolta e, soprattutto, la possibilità di processare Berlusconi passerebbe dall’autorizzazione preventiva della Camera dei deputati.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 06-04-2011)