[28-03-2011] Cosa resta delle celebrazioni?

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

Il clima che si respira al termine di una festività è sempre triste. Il 27 dicembre, il 2 gennaio, il 2 maggio, sono tradizionalmente giornate “no”. Soprattutto se cadono durante un giorno feriale e non sono parte di un ponte vacanziero. In realtà servono due condizioni affinché i postumi di una festa siano realmente patiti: una vigilia lunga e un lasso di tempo considerevole tra la festa che si è appena conclusa e quella immediatamente successiva.

Col 17 marzo 2011, centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, non ci siamo fatti mancare nulla. L’attesa è stata lunga e tormentata. Ne abbiamo parlato già sulle pagine de Il Ricostituente. Riassumo brevemente: da una parte c’era il partito dei possibilisti, favorevoli alla festa nazionale. Dall’altra quello degli impossibiliti, ovviamente contrari. I primi si sono poi divisi in fazioni: quella dei possibilisti tout-court, e quella dei moderati, poco favorevoli a far “pagare” ai lavoratori la festa, imponendo loro di usufruire di una festività soppressa. Hanno prevalso i possibilisti tout-court. Pare, peraltro, che si voglia preservare la festa anche per gli anni a venire. Dubito fortemente che se ne farà qualcosa, ma almeno se ne parla.

C’è anche la seconda condizione. Sarà lunga l’attesa per la prossima festività, dal momento che il 2011 ne è particolarmente avaro.

Eppure, l’impressione che le celebrazioni siano scivolate via troppo rapidamente resta. Qualcuno sa che, da programma, dureranno fino a novembre 2011 e che a breve si inaugureranno alcuni dei pezzi forti, tra cui la Mostra delle Regioni italiane? È più probabile che se ne torni a parlare il 2 giugno, quando si festeggerà con i Capi di Stato e di Governo che verranno a farci visita (quali saranno non è ancora chiaro), condendo la festa con il sapore del 150°. Qualcuno ha trovato sulle pagine dei giornali uscite dal 19 marzo in poi articoli dedicati all’evento? Poche, pochissime le notizie, anche a causa di eventi mediaticamente monopolizzanti: la crisi libica e il terremoto in Giappone.

Fare riflessioni sul senso di appartenenza degli italiani mi sembra fuori luogo. Farle sulla compagine politica in carica altrettanto. Farle sulla macchina organizzativa sarebbe masochista. Tutto sommato, mi limiterò ad una riflessione generica. Queste celebrazioni sono le prime ad avere avuto un contesto proprio, e dibattuto. Quelle del cinquantenario celebravano un risultato raggiunto e consolidato, e furono a malapena l’occasione per riesumare un ricordo collettivo. Quelle del centenario passarono in sordina, ma per motivi diversi da quelle attuali. Anche lì si diede quasi per scontato l’evento. A scuola si insegnava già il Risorgimento (in modo molto semplicistico peraltro) e non esistevano opposizioni politiche. Bastò poco anche lì. Ma queste dei 150 anni sono state celebrazioni tormentate, vissute in clima ostile, cadute durante una crisi economica profonda. Ecco perché hanno meritato tutto il polverone che le ha precedute, e oggi scompaiono nell’indifferenza (quasi) generale.