[20-03-2011] Siamo in guerra. Anzi, no.

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Ci sono certi periodi in cui sembra che tutto vada male. Questo è fra quelli. Nemmeno il tempo di realizzare l’entità del disastro in Giappone, ed ecco l’intervento in Libia.

Sabato 19 sera i primi caccia francesi hanno bombardato Tripoli, ben assistiti dalle portaerei americane e dai loro missili.

L’Italia non sta a guardare, essendosi formalmente schierata al fianco delle nazioni interventiste. Eppure a noi nessuno lo ha chiesto: al summit di Parigi, in cui tutto è stato deciso, non eravamo invitati. Eppure la nostra maggioranza non sembra coesa sull’opportunità di appoggiare l’intervento. Eppure lo stesso Presidente del Consiglio non ha nascosto il risentimento per l’imperialista Sarkozy, che gli crea non pochi grattacapi. Sì, perché stare fuori dall’operazione significa probabilmente essere condannati ad un ruolo di serie B nella politica estera del Mediterraneo. Intervenire, però, significa abbandonare il sogno di fare affari con la Libia, di costruire là le autostrade, di portare in patria gas e di controllare i flussi migratori. Insomma, un disastro. E, last but not least, come si dice, il nostro Paese è – almeno nelle sue appendici più meridionali – davvero a “un tiro di schioppo” dalle coste libiche. Francamente non è molto rassicurante il nostro Presidente del Consiglio quando dice che la Libia non ha missili in grado di colpire le coste italiane. Pare implausibile, ed è meglio confidare negli Awacs (gli aerei-radar) americani.

In tutto questo, nel pomeriggio di domenica arriva la dichiarazione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che precisa: “non siamo in guerra”. No, dice, ci stiamo muovendo all’interno di una risoluzione ONU per il mantenimento della pace.

È vero: si tratta della risoluzione 1973 dell’ONU, del 17 marzo 2011.

Un passo indietro: l’Organizzazione delle nazioni unite nasce, alla fine del secondo conflitto mondiale, con l’espressa finalità di bandire le guerre e tutte le azioni militari di aggressione. Proprio la terribile memoria della guerra porta le principali nazioni del mondo a dichiarare solennemente e in un atto di valore giuridico cogente che di guerre non se ne devono più fare.

La storia, le norme e la prassi hanno però consentito, con una crescente frequenza negli ultimi decenni, decisioni dell’ONU volte a consentire l’uso della forza nei confronti di Stati stranieri al fine di mantenere la pace. Sembra un paradosso, ma è così: si vis pacem, para bellum.

Su queste basi si fonda anche l’intervento in Libia, al quale assistiamo sgomenti, pur nella consapevolezza della sua sostanziale ineluttabilità. Il testo della dichiarazione 1973 è molto esplicito nell’affermare che non è autorizzato nessuno sbarco di truppe, né alcuna occupazione militare del territorio libico. Sono solo concesse azioni volte a proteggere i civili e a garantire la “no-fly zone”, anch’essa misura a tutela dei civili.

Non è una guerra, tecnicamente. Se lo fosse, dovrebbe trovare applicazione l’art. 78 della Costituzione: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Nulla di tutto ciò è accaduto: la scelta dell’esecutivo non è stata preceduta da un dibattito parlamentare.

È anche vero, però, che la risoluzione ONU non impone di intervenire, ma si limita ad autorizzare. La nostra dunque, non era una scelta obbligata. Almeno: forse la era sotto un profilo di politica estera, ma non sotto un profilo giuridico. È dunque verosimile attendersi, nei prossimi giorni, che il Governo sia chiamato in Parlamento a riferire del proprio operato.

Non è una guerra, tecnicamente. Certo, però, viene da chiedersi se abbia davvero senso disquisire sulle sfumature semantiche: a volte il diritto sembra poco più che una scusa per le proprie convinzioni.