[20-03-2011] Deserti vastissimi ed atomi ciechi.

di Mattia Crucioli, avvocato

“…nihil extet reliquiarum desertum praeter spatium et primordia caeca” (“ … e nulla più avanzi e sovrasti che desolati deserti vastissimi ed atomi ciechi” Lucrezio, De rerum natura, libro primo).

Seicento anni prima di Cristo i filosofi greci fondatori dell’atomismo sostenevano che le parti più piccole della materia, a-tomoi (indivisibili), componendosi variamente tra loro dessero vita ad ogni cosa che ci circonda.

Duemilacinquecento anni dopo i fisici nucleari, proseguendo nel cammino della conoscenza umana, hanno diviso l’indivisibile individuando le particelle subatomiche ed elaborando teorie che hanno aperto la strada per l’utilizzo dell’energia racchiusa nella “cieca materia primordiale”.

Nella prima metà del ’900 i fisici italiani furono all’avanguardia nell’esaltante corsa alla scoperta dei segreti dell’atomo e della radioattività; a Enrico Fermi, in particolare, fu assegnato il premio Nobel per la fisica nel ’39 e fu lui a progettare e dirigere il primo reattore nucleare a fissione che produsse – nel 1942 – la prima reazione a catena controllata della storia.

La costruzione della prima centrale termonucleare italiana, a Latina, iniziò nel 1958: tale centrale, all’entrata in servizio nel 1963, era il reattore più potente d’Europa.

Dopo quella di Latina, altre quattro centrali vennero costruite; l’ultima, quella di Montaldo di Castro, fu messa in cantiere nel 1982.

Poi venne l’incidente di Chernobyl (1986) che dimostrò al mondo come la potenza dell’atomo potesse sfuggire di mano all’uomo.

L’anno successivo gli italiani votarono in massa a favore del referendum abrogativo degli “oneri compensativi” spettanti agli enti locali sede dei siti prescelti per la costruzione dei nuovi impianti nonché della possibilità di Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero.

Tale voto, significativo del rifiuto della popolazione ad ospitare centrali nucleari, venne rispettato dai governi Goria, De Mita e Andreotti che, tra il 1988 e il 1990, misero fine al Progetto Unificato Nucleare, chiusero le tre centrali allora in funzione (Latina, Trino e Caorso) e bloccarono sul nascere la costruzione della seconda centrale di Trino.

L’art. 75 Cost., la legge costituzionale n. 1 del 1953 e la legge n. 352 del 1970, che dettano la disciplina del referendum abrogativo, non vietano al Legislatore di riproporre norme in precedenza abrogate e men che meno di approvare norme – differenti da quelle precedentemente abrogate – seppure in contrasto con la volontà popolare in precedenza chiaramente manifestata.

La volontà dell’attuale governo di rilanciare il nucleare in Italia è stata pertanto tradotta nel decreto-legge 25 giugno 2008, n. 122, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, recante “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” e nella legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”.

E’ per l’abrogazione delle parti di tali norme che consentono la realizzazione di centrali sul suolo italiano (parte dell’art. 7 della prima delle due norme sopra citate; parti dell’art. 25, gli artt. 26 e 29, e parte dell’art. 41 della seconda) che è stato indetto il secondo referendum “antinucleare” in forza del quale saremo chiamati a votare in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimo (il decreto del Presidente della Repubblica che, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, fissa la data di convocazione degli elettori, tarda ad essere emanato).

Tuttavia l’Italia è vicina a impianti nucleari di altri paesi (Spagna, Francia, Svizzera, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria), sicché neppure l’eventuale nuova vittoria referendaria sarà sufficiente a garantire adeguata sicurezza ai cittadini italiani.

Stanti gli evidenti effetti transfrontalieri dei possibili incidenti nucleari, gli obiettivi di sicurezza non potranno infatti essere conseguiti in misura sufficiente dai singoli Stati “denuclearizzati”: è – quantomeno – a livello comunitario che dovrà essere pensata un’azione volta alla messa al bando delle centrali termonucleari su tutto il territorio dell’Unione.

In tal senso, si rileva che il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009, ha introdotto la possibilità per i Cittadini dell’Unione (in numero di almeno un milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri) di prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea  a presentare  proposte politiche di competenza comunitaria (art. 11, comma  4, della versione consolidata del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea).

Tale iniziativa popolare potrebbe essere utilizzata, per esempio, per invitare la Commissione  a proporre  la modifica del Trattato che istituisce la Comunità Europea dell’energia atomica (EURATOM, alla quale aderiscono  tutti i paesi  dell’Unione, Italia compresa) che  all’art. 1  indica, quale compito precipuo della Comunità, quello di creare “le premesse  necessarie per la formazione e il rapido incremento delle industrie  nucleari” e asserisce nel proprio preambolo che “l’energia nucleare costituisce la risorsa essenziale che assicurerà lo sviluppo e il rinnovo delle produzioni”  e che gli stati dell’unione sono “risoluti a creare le premesse per lo sviluppo di una potente industria nucleare”.

L’azione popolare potrebbe essere altresì volta a invitare la Commissione a proporre al Consiglio di legiferare in materia di energia (materia attribuita alla competenza concorrente tra stati membri e Unione ex art. 4 del Trattato sul funzionamento dell’Unione), con le speciali  modalità previste dall’art. 192 del predetto  Trattato che consentono anche l’adozione  di  “misure aventi una sensibile incidenza sulla scelta di uno Stato membro tra diverse fonti di energia e sulla struttura generale dell’approvvigionamento energetico del medesimo”.

La catastrofe nucleare alla quale tutto il mondo sta assistendo con il fiato sospeso in questi giorni rende infatti ipotizzabile un radicale cambio di direzione nelle politiche energetiche dell’Unione.