[11-03-2011] I nodi della riforma della giustizia

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Il varo della riforma della giustizia da parte del Consiglio dei Ministri assume toni epocali. Silvio Berlusconi l’aspettava fin dal 1994. Tutta la maggioranza parla di un punto di svolta. L’opposizione, invece, usa toni catastrofici, denunciando un presunto vulnus alla democrazia.

Certo si tratta di uno sforzo significativo, di una riforma vera, condivisibile o meno, ma non ad personam, né originata dalle contingenze.

Per comprenderne gli aspetti problematici, è necessario riflettere sui tempi e sui contenuti. Anzitutto i tempi: si tratta di un progetto di legge costituzionale. Il Governo lo presenterà presto in Parlamento. Perché sia approvato, però, deve essere votato almeno dalla maggioranza assoluta dei deputati e dei senatori. Inoltre, trattandosi di una modifica della Costituzione, il progetto dovrà essere votato due volte da ciascuna Camera, con un sostanziale raddoppio dei tempi e con un intervallo non inferiore a tre mesi tra una votazione e l’altra. Infine, se il progetto non otterrà il voto dei due terzi dei parlamentari, potrà essere sottoposto ad un referendum popolare confermativo (ed è assai probabile che ciò accada). Solo se il referendum darà esito positivo, la riforma della giustizia potrà entrare in vigore. Insomma, tempi assai lunghi: almeno un anno, se tutto va bene. Forse troppo per questa maggioranza.

Passiamo ai contenuti. Anzitutto si prevede la separazione delle carriere, superando l’attuale sistema che distingue i magistrati solo per le funzioni che esercitano. Detto altrimenti, in futuro si dovrà scegliere tra due mestieri differenti: quello di giudice, o quello di p.m., senza più poter passare da una funzione all’altra. Bisogna chiedersi se la separazione delle carriere sia strumentale a sottoporre i pubblici ministeri ad un più incisivo controllo da parte del potere esecutivo. Qualche sospetto viene: anzitutto il nuovo testo prevede solo per i magistrati giudicanti l’autonomia e l’indipendenza “da ogni altro potere”, senza far parola dei pubblici ministeri. Poi, soprattutto, si modifica l’art. 112 della Costituzione disponendo che il pubblico ministero eserciti l’azione penale “secondo i criteri stabiliti dalla legge”, cioè di un atto approvato dalla maggioranza politica (la stessa che esprime il Governo). Il rischio per il pubblico ministero di perdere almeno parte della propria autonomia, dunque, è reale. A ciò si aggiunga un’ulteriore considerazione: il nuovo testo specifica che i p.m. dispongono della polizia giudiziaria “secondo le modalità stabilite dalla legge”. Non più, dunque, un rapporto diretto tra p.m. e polizia, ma un rapporto mediato dalla legge. La perplessità, dunque, deriva dal fatto che il reale tasso di autonomia ed indipendenza del pubblico ministero sia stato “declassato”, da principio costituzionale a elemento che può essere scritto e riscritto con una legge ordinaria.

Un ulteriore aspetto che farà discutere è la sottrazione al Consiglio superiore della magistratura della competenza ad adottare provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. La riforma prevede che ciò venga fatto da un nuovo soggetto, denominato Corte di disciplina. Si noti, però, che tale organo è composto da membri eletti in numero paritario dal Parlamento e dalla magistratura. Oggi, invece, il CSM, per espressa disposizione costituzionale, è eletto per due terzi dalla magistratura e solo per un terzo dal Parlamento. Anche in questo caso, dunque, la riforma rischia di assoggettare i magistrati ad un più stretto controllo della politica.

L’ultimo profilo critico riguarda il sistema delle responsabilità. Con un’innovazione davvero radicale, la riforma parifica i magistrati a tutti gli altri funzionari dello Stato, prevedendone una personale responsabilità per gli atti compiuti in violazione dei diritti. Ciò comporta, con ogni probabilità, il superamento dell’attuale sistema che prevede, in caso di errori giudiziari, la responsabilità dello Stato nei confronti della parte lesa e una rivalsa nei confronti del magistrato che ha commesso l’errore poco più che simbolica.

Questi sono i profili più problematici. Se la maggioranza sarà disposta a discuterli con le opposizioni (e queste saranno disposte ad abbandonare preconcetti toni catastrofici), la riforma potrà anche avere fortuna. Se, invece, gli schieramenti si contrapporranno frontalmente, è assai difficile immaginare il buon esito di una modifica della Costituzione.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 11-03-2011)