[07-03-2011] Quale festa della donna in un Paese maschilista?

di Angelo Soragni Junior, dottorando, Università Bocconi

Prendendo spunto dall’imminente festa della donna dell’8 marzo, appare ancora lontana, perlomeno da un punto di vista di partecipazione alle istituzioni, la tanto sospirata parità tra uomo e donna nel nostro paese. Tuttavia, la partecipazione delle donne alla politica, in Europa, è sicuramente superiore rispetto ad altre regioni del mondo.

Le donne in politica sono poche da sempre in Italia. Uno squilibrio di genere particolarmente marcato fin dalla prima legislatura repubblicana del lontano 1948.
L’andamento delle presenze in rosa alla Camera, in realtà, è stato oscillante: si parte dal 7,7% della prima legislatura del 1948, si scende al minimo storico nella quarta e nella quinta (rispettivamente nel 1963 e nel 1968), si raggiunge l’11,5% nel 2001. A Palazzo Madama, invece, la situazione è ancora più preoccupante. Si parte nel 1949 con l’1,2%, si scende al minimo storico nel 1953 con lo 0,5%, si raggiunge il 9,8% nel 1992, per poi riscendere all’8,1% nel 2001.

Dalla scorsa legislatura (la XV), però, si registra una beneaugurante quota complessiva pari al 17%, confermata dal responso delle urne delle elezioni politiche del 2008. In totale, oggi, abbiamo come elette 162 donne: 51 al Senato, contro le 44 della XV legislatura, 111 alla Camera, contro le 109 del 2006.
Notevole resta, però, la distanza della nostra Repubblica dalle democrazie dei Paesi del Nord Europa, soprattutto se compariamo la nostra presenza nelle istituzioni comunitarie: in Svezia, per esempio, la percentuale di donne è pari al 45,3%, seguita da Finlandia e Danimarca a quota 38 per cento.

Molto ben rappresentate anche le donne spagnole con oltre il 35% di presenze nei ruoli chiave considerando Governo, Congreso e Europarlamento.

La rappresentativa femminile italiana a Strasburgo, invece, in termini percentuali, è la penultima, seconda solo alla piccola Malta, rappresentata da soli uomini.

I paesi del Nord Europa dominano le classifiche pur non avendo leggi che impongano quote elettorali, che rimangono una scelta dei partiti in tali realtà. L’alto tasso di partecipazione femminile alla vita politica dipende probabilmente da fattori culturali, ma anche da un welfare che da tempo sostiene le donne. Le quote rosa sono una scelta dei partiti in Danimarca, Svezia, Norvegia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. In Francia e di recente anche in Polonia, invece, il sistema delle quote è imposto per legge. Nella Nostra Repubblica, un simile tentativo per una rappresentanza femminile nelle candidature per il Parlamento pari al 33% è fallito nel 2005.

Oggi, però, in Italia, ogni comune, regione, provincia autonomamente può prevedere, all’interno dello statuto, delle misure che favoriscano il riequilibrio della presenza femminile nella composizione delle giunte e dei consigli. In alcune città si è addirittura inclusa, nello statuto comunale, una clausola che prevede la parità dei sessi in Giunta: 50% di donne e 50% di uomini.

Alla luce di tale analisi si può forse concludere che probabilmente il problema è di natura culturale non tanto di possibilità concrete per le donne, in quanto comunque gli sforzi sono serviti solo in parte.

Ci serva da stimolo il caso pressoché clamoroso di un piccolo stato africano martoriato negli anni scorsi da una tremenda guerra civile: il Ruanda.

In un uno stato dove appena un decennio fa era vietata la proprietà privata alle donne, oggi, le donne superano gli uomini nel Parlamento nazionale e sono ricoperte da personalità del genere femminile le più alte cariche istituzionali e governative. Un’eventualità che, nella nostra oramai longeva Repubblica, è ancora lontana.