[04-03-2011] Il testamento biologico, preso sul serio

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Nelle prossime settimane, il Parlamento sarà chiamato ad analizzare il disegno di legge in materia di direttive anticipate di trattamento (il cd. testamento biologico), vale a dire quelle dichiarazioni di volontà con le quali un soggetto esterna il proprio volere in merito a possibili, future cure mediche per il caso in cui, al momento di riceverle, egli non sia più in grado di esprimere (o meno) il proprio consenso.

Essenzialmente, i punti maggiormente controversi della proposta di legge sono due: da un lato, il valore (superabile) delle direttive anticipate di trattamento; dall’altro, l’irrinunciabilità di idratazione ed alimentazione forzate.

Maggiore stupore desta questa seconda previsione. In materia di cure sanitarie, infatti, la nostra Costituzione detta un principio chiaro: ciascun soggetto è libero di scegliere le cure mediche cui sottoporsi, mentre trattamenti sanitari obbligatori possono essere previsti solo per legge (art. 32, c. 2, Cost.) per finalità di carattere generale (Corte  cost., sent. 218/1994, secondo la quale i trattamenti sanitari possono essere legittimamente richiesti solo in necessitata correlazione con l’esigenza di tutelare la salute dei terzi o della collettività generale) e non devono ledere la dignità umana (ancora, art. 32, c. 2, Cost.). Non si vede quale interesse generale richieda, o anche solo consigli, l’obbligatorietà dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale, a dispetto della volontà del soggetto curato, né sulla base di quale raffinata distinzione tali terapie possano essere considerate altro rispetto ai trattamenti sanitari.

In altre parole, si tratta di una previsione che contraddice apertamente una libertà costituzionalmente sancita e che non si ricollega a nessun altro principio costituzionalmente rilevante. Non serviranno guardiani puntigliosi, né giudici particolarmente severi per rilevare l’incostituzionalità della norma.

Più delicato il problema del valore delle direttive anticipate di trattamento. Non si vuole revocare in dubbio il principio di libertà individuale nella scelta delle terapie cui sottoporsi e la conseguente possibilità per il malato di rifiutare qualunque genere di cura, anche salvavita. Tuttavia, non si può ignorare il tema dell’attualità del volere. Da un lato, infatti, l’autore delle direttive anticipate potrebbe avere cambiato avviso. Dall’altro, è necessario considerare che l’esperienza di vita pregressa ha un primo rilievo nelle determinazioni individuali; di conseguenza, l’evento che causa la necessità di cure mediche potrebbe avere modificato la volontà individuale, senza che il soggetto sia ormai in grado di rettificare le direttive a suo tempo sottoscritte.

Per quanto vero, ciò non è però sufficiente ad affievolire il principio per il quale ciascuna persona è e deve essere libera di ricevere o meno trattamenti sanitari. In altre parole, il legislatore è chiamato a delineare procedure che garantiscano determinazioni individuali ponderate; può altresì introdurre nel sistema del testamento biologico elementi di flessibilità, atti ad assicurare che venga eseguita la volontà più recente del soggetto.

Non si capisce invece quale sia il senso di direttive anticipate di trattamento liberamente disattendibili dagli operatori sanitari. Al di là della saggezza individuale del medico, il risultato sarebbe quello di sottomettere la volontà del malato alle determinazioni di un altro soggetto e, soprattutto, alla sensibilità alle credenze e alle opzioni ideologiche proprie solo di quest’ultimo.