[03-03-2011] Conflitto di attribuzioni: una strada in salita

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

All’avvicinarsi dell’udienza davanti al Tribunale di Milano, i legali del Presidente del Consiglio cercano le ultime vie d’uscita per evitare il processo. Come fare? Hanno già lasciato intendere che chiederanno il legittimo impedimento per concomitanti impegni di governo di Berlusconi. Ma il vero asso nella manica è il conflitto di attribuzioni. Di che si tratta? La Costituzione non lo spiega: dice solo che la Corte costituzionale giudica sui conflitti di attribuzioni tra poteri dello Stato. Per capire qualcosa di più è necessario addentrarsi nelle varie leggi che hanno completato le previsioni costituzionali. In sostanza, quando c’è una contrapposizione insanabile tra due poteri dello Stato (ad esempio legislativo ed esecutivo, o esecutivo e giudiziario, come in questo caso) in relazione all’esercizio di una determinata funzione, è la Corte costituzionale a dover risolvere la questione affermando a chi spetti la competenza.

Qui si tratta di capire se Silvio Berlusconi, quando ha chiamato la questura di Milano per chiedere il rilascio della ragazza marocchina, stava esercitando le sue funzioni di Presidente del Consiglio (per evitare una crisi diplomatica, trattandosi della presunta nipote di Mubarak), oppure se abbia semplicemente fatto pressioni abusando della sua qualità di uomo di governo, utilizzando l’argomento della parentela solo come scusa. Nel primo caso, la giurisdizione sarebbe, in base all’art. 96 della Costituzione, del Tribunale dei Ministri. Nel secondo caso, invece, della giurisdizione ordinaria. Questa seconda tesi è quella sposata dai giudici milanesi, che non hanno visto alcun “reato ministeriale” nel comportamento di Berlusconi. Il Presidente del Consiglio, invece, sostiene il contrario. Perché gli interessa che il presunto reato sia qualificato come “ministeriale”? Non tanto perché verrebbe giudicato da un collegio composto in modo diverso, quanto perché la Costituzione prevede, in questi casi, la necessaria autorizzazione della Camera per sottoporre un membro del Governo al processo. Autorizzazione che, nelle speranze di Berlusconi, non verrebbe concessa. Ecco dunque il motivo del conflitto di attribuzioni: la Camera, secondo gli esponenti della maggioranza, dovrebbe rivolgersi alla Corte costituzionale lamentando di non aver potuto esprimere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Berlusconi.

La strada, però, sembra essere tutta in salita. Anzitutto il premier e i suoi legali si sono mossi tardi: perché ci hanno pensato solo ora e non al momento del rinvio a giudizio? In secondo luogo, né le leggi, né il regolamento della Camera disciplinano in modo chiaro la procedura per sollevare il conflitto. Circostanza che fa buon gioco a Fini, il quale ha deciso di chiedere il parere della Giunta per il regolamento, dove la maggioranza non ha i numeri per imporre la propria tesi. Inoltre Fini, rifacendosi alla prassi (che nel diritto parlamentare è una vera e propria fonte del diritto), sta valutando l’ipotesi di far assumere la decisione finale all’ufficio di presidenza e non all’aula. Anche in questo caso, la maggioranza non avrebbe i numeri necessari. Infine si deve considerare che l’eventuale conflitto non sospenderebbe il processo e che la decisione della Corte costituzionale difficilmente sarebbe favorevole a Berlusconi. L’inizio del processo sembra irrimediabilmente avvicinarsi, dunque, ma non sono da escludersi nuovi colpi di coda.

(pubblicato sul Secolo XIX del 03-03-2011)