[26-02-2011] La primavera d’Africa

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari

Il Mahgreb è in fiamme, le coste italiane accolgono i profughi di un esodo che qualcuno ha definito biblico per i numeri inediti delle persone che fuggono e sperano di trovare in Europa una vita migliore. Le piazze egiziane entusiasmano i giovani idealisti di tutto il mondo che festeggiano insieme con i tunisini la fine dell’oppressione di Stato e mostrano solidarietà con i libici che combattono per la libertà. E’ la primavera d’Africa che ci raggiunge, in anticipo sul calendario, sulla nostra sponda del Mediterraneo, riscalda le coscienze intorpidite dalla truce realtà delle ultime vicende politiche, innalzando il pensiero a visioni concrete di lotta di emancipazione democratica.

Per un popolo che si riconosce in ideali di eguaglianza e giustizia e si unisce nella lotta per la  rivendicazione dei propri diritti,  la parte distruttiva della demolizione del regime, della cacciata del tiranno è  – paradossalmente  -  la più semplice. Senza sminuire il valore eroico di chi si è sacrificato per la causa, le sfide più ardue devono ancora essere affrontate e la guerra contro i soprusi del potere illiberale  non potrà  dirsi vinta fino a quanto si sarà conclusa  la pars construens che – se tutto va bene – porterà all’affermazione di regimi democratici.

In questo momento più che mai l’Europa è vista come il modello cui ispirarsi; l’Italia rappresenta un sogno raggiungibile per chi subisce condizioni estreme pur di cominciare una nuova vita in un contesto che garantisca i diritti fondamentali e consenta il miglioramento sociale.

Non sempre le aspettative sono soddisfatte e può capitare che chi si aspetta, una volta giunto in Italia,  di trovarsi in un ordinamento in cui chi rispetta le regole è a sua volta rispettato e tutelato può rimanere deluso.

E’ questa la cronaca amara che racconta del cittadino marocchino Noureddine Adnane, regolarmente in possesso dei documenti necessari per soggiornare e lavorare nel nostro Paese che – di fronte all’ennesimo sequestro della merce che vendeva per vivere da parte di vigili estremamente zelanti – si dà fuoco e muore.

In quel gesto c’è la disperazione di chi, scappato a una situazione di  sofferenza, crede di essere tutelato dalle garanzie costituzionali di uno Stato sociale e si scontra invece contro prepotenza e  prevaricazione.

Questo non è il luogo per esprimere giudizi, è stata aperta un’inchiesta e le eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi opportune. Gli immigrati accusano gli agenti municipali coinvolti nella vicenda di veri e propri atti persecutori compiuti a danno di ambulanti regolari: controlli invasivi e ripetuti che si concludono nel furto degli oggetti in vendita. Se fosse così sarebbe una vergogna per le istituzioni italiane e un dramma per chi si aspetta grandi cose dalla democrazia e si trova a dover subire beceri e intollerabili abusi di potere.