[20-02-2011] Chi dice donna dice danno?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Nell’ultima settimana mi è capitato spesso di pensare a Olympe de Gouges, l’autrice francese che nella Parigi rivoluzionaria del 1791 diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, cioè una sorta di risposta al femminile alla ben più famosa Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che tanto avrebbe influenzato la concezione dei diritti fondamentali soprattutto nell’Europa continentale fino ai giorni nostri. Invece, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina fruttò a Olympe de Gouges non più della condanna capitale a mezzo ghigliottina nel 1793.

Il Preambolo della Dichiarazione di Olympe de Gouges, con un tono che oggi suona forse un po’ retorico, si apriva con la seguente frase: Homme, es-tu capable d’´être juste? C’est une femme qui t’en fait la question; tu ne lui ôteras pas du moins ce droit (“Uomo, sei tu capace di essere giusto? É una donna a chiedertelo: questo diritto, almeno, non glielo toglierai”). Dietro la parola giustizia si celava la rivendicazione, forte, di un principio di eguaglianza formale tra uomini e donne, cioè l’eguaglianza davanti alla legge e nella società. Si invocava la fine delle discriminazioni che avevano come unica ragion d’essere la diversità biologica di tipo sessuale tra uomo e donna. Ma, a mio avviso, le suggestioni più forti di quella Dichiarazione si trovano nella parte conclusiva, quando la de Gouges dice: Femme, réveille-toi; le tocsin de la raison se fait entendre dans tout l’univers; reconnais tes droits (Donna svegliati! La campana a martello della ragione si fa udire in tutto il mondo; riconosci i tuoi diritti).

Ecco perché, dopo la manifestazione di domenica scorsa, che ha visto sfilare insieme, alcune in modo fisico e altre soltanto idealmente, donne (e uomini!) di ogni età non solo in Italia, ma anche in molti altri Stati del mondo, mi è tornata in mente questa frase. Perché le donne si sono all’improvviso risvegliate e a gran voce hanno detto no a un modello nel quale non si riconoscono. Non che prima dormissero, tutt’altro. Però, forse, si erano un po’ assopite nella loro quotidianità fatta di ruoli molteplici, gran parte dei quali portati avanti quasi contemporaneamente e legati all’essere madri, figlie, sorelle, fidanzate, mogli o conviventi oltreché lavoratrici, spesso sia fuori che dentro le pareti domestiche.

Non è questa una gara tra donne e uomini come, d’altra parte, hanno ben compreso i molti uomini che domenica scorsa hanno sfilato insieme a moltissime donne nelle vie delle principali città italiane. É invece, piuttosto, soltanto un modo per chiedere di darci più fiducia, lasciando che proprio dalle donne scaturisca la nuova linfa che può, e deve, rivitalizzare la nostra Nazione. Fatta di donne e uomini, senza separazioni e senza barriere, nel rispetto reciproco. Uso volutamente il termine Nazione perché, contrariamente a ciò che qualcuno ci vuole far credere, la Nazione non è data una volta per tutte, ma è soggetta a un’evoluzione continua sotto la spinta del divenire storico e sociale. E allora ben venga una Nazione fatta di donne e di uomini, di cittadini italiani e di stranieri, non a caso tutti insieme proprio nella manifestazione di domenica scorsa.

E chissà che la conclusione più degna di quello che potremmo definire un affaire italienne au féminin, considerato il numero di donne che il fato ha voluto riunire con ruoli diversi in questa deprimente vicenda istituzionale, non consista proprio nello scegliere un candidato donna alla futura Presidenza del Consiglio.

Ma, purtroppo, nell’Italia del 2011, questa idea sembra suscitare ancora a molti un non so che di scandaloso. Quasi come la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges nella Francia del 1791.