[19-02-2011] L’obbligatorietà dell’azione penale e l’equilibrio parlamento-magistratura

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Nella mattinata odierna, il Consiglio dei Ministri si è riunito per definire le linee fondamentali di un preteso piano di riforma della giustizia. Nel fascio di interventi proposti – che vanno dalla separazione delle carriere dei magistrati, alla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento – ce n’è uno che desta particolare interesse per il suo aspetto innocente e meno immediatamente riconducibile ad estemporanee necessità individuali. Si allude al superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, oggi sancita dall’art. 112 della Costituzione, in favore di un principio affatto diverso, imperniato sulle priorità stabilite dalla legge.

A prima vista, infatti, questo non sembra un principio irragionevole. Sono note le grandi difficoltà per il sistema giudiziario italiano nel perseguire tutti i reati previsti dal nostro ordinamento e le conseguenze nei termini di effettività del precetto costituzionale oggi vigente.

Tuttavia, la questione merita maggiore attenzione: la legge penale associa al compimento di determinate condotte una pena che consiste, nella gran parte dei casi, nella temporanea privazione della libertà personale. In un ordinamento costituzionale, una conseguenza di tale gravità può essere prevista soltanto al fine di tutelare interessi di primo rilievo, almeno in una certa misura paragonabili al valore che l’irrogazione della pena va fatalmente a comprimere.

Se ciò è vero, non si vede come possa essere ammissibile che la tutela in concreto di tale genere di interessi possa essere variabile nel tempo, secondo priorità stabilite volta per volta dal decisore politico. Questi, infatti, ha un ruolo diverso e non meno importante: stabilire quali interessi meritino la protezione della legge penale, con tutto quello che questo comporta. In un ordinamento che si prenda minimamente sul serio, una volta che tale valutazione sia compiuta, perseguire le condotte lesive di tali interessi non può essere posto alla mercè del mutare delle contingenti maggioranze parlamentari.

Ciò, in primo luogo, significherebbe esporre l’intero sistema penale al rischio di essere di fatto stravolto da un semplice comma di legge, all’indomani delle elezioni politiche o anche in seguito a semplici fatti di cronaca, con buona pace della certezza del diritto e di un principio di irretroattività della legge penale non formalisticamente inteso. D’altra parte, il sistema delle priorità solleverebbe il Parlamento dal difficile compito di bilanciare gli interessi meritevoli di tutela penale con la libertà personale, da un lato, e le risorse disponibili per il sistema giustizia dall’altro, con un probabile incremento delle già troppo numerose fattispecie incriminatrici.

Un Parlamento che non voglia abdicare al proprio ruolo dovrebbe invece operare questo bilanciamento in modo scrupoloso, dotando il sistema giustizia delle risorse necessarie allo svolgimento del proprio ruolo e qualificando come reati solo quelle condotte che vanno a ledere in modo sostanziale interessi di particolare rilievo. La scorciatoia delle priorità è invece un modo per occultare i problemi del sistema penale italiano e, soprattutto, l’inadeguatezza dell’attuale classe politica a risolverli.