[17-02-2011] note tecniche sullo scontro Berlusconi – magistratura

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Cosa accadrà il 6 aprile? Salvo nuovi colpi di scena, inizierà a Milano il processo nei confronti di Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile.
Il Presidente del Consiglio, i suoi legali, esponenti della maggioranza e persino Ministri hanno in questi giorni lamentato che il processo è illegittimo, che incrina la sovranità parlamentare e il principio di separazione dei poteri. In particolare, è stata ripetutamente evocata la giurisdizione del Tribunale dei Ministri.
Partiamo dalla pretesa lesione della sovranità parlamentare: alcuni affermano che il Parlamento avrebbe già espresso un proprio parere negativo a che Berlusconi venga giudicato dalla giustizia ordinaria per le note vicende. In realtà non è così: la Camera dei Deputati ha espresso un voto sfavorevole alle perquisizioni nei locali in uso a Giuseppe Spinelli, in considerazione del carattere di “segreteria politica” del Presidente del Consiglio che tali locali avrebbero. Prescindendo da qualunque valutazione su tale voto, resta il fatto che esso è del tutto disgiunto dal rinvio a giudizio di Berlusconi e dall’avvio del relativo processo. Alcuni esponenti politici hanno invece affermato che la competenza a giudicare Berlusconi non sarebbe del Tribunale ordinario di Milano, bensì del Tribunale dei Ministri. Si fa, cioè, riferimento a quanto previsto dall’art. 96 della Costituzione e dalla legge costituzionale n. 1 del 1989. La lettura congiunta delle norme prevede che il Presidente del Consiglio ed i Ministri, per i reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni siano giudicati dal Tribunale dei Ministri. Di cosa si tratta? Di un collegio di tre giudici istituito presso il Tribunale del capoluogo in cui ha sede la Corte d’appello nel cui distretto si trova il giudice che sarebbe in via ordinaria competente. A leggere bene quanto appena scritto, il risultato è che si tratta pur sempre della giustizia ordinaria e, nel caso di specie, il Tribunale dei Ministri sarebbe composto da tre magistrati presso il Tribunale di Milano. In sostanza, non cambierebbe granché. Perché, allora, ostinarsi ad invocare il Tribunale dei Ministri? Perché – dice la Costituzione – per sottoporre a giudizio un membro del Governo accusato di aver compiuto un reato nell’esercizio delle proprie funzioni si deve chiedere la previa autorizzazione parlamentare. Ecco svelato il trucco: se c’è giurisdizione del Tribunale dei Ministri, prima ci vuole l’autorizzazione della Camera, che potrebbe essere negata.
Per postulare la giurisdizione del Tribunale dei Ministri, però, bisogna preventivamente concludere che il reato contestato sia stato compiuto nell’esercizio delle funzioni di Governo. Come dire che Silvio Berlusconi, telefonando alla questura di Milano, stava realmente credendo di intercedere per la nipote di Mubarak, così proteggendo l’Italia da possibili crisi internazionali (sorvolando sulla considerazione che la nipote di un capo di Stato non dovrebbe comunque essere sottratta alla giustizia…). Prescindendo dalla buona fede di Berlusconi, il Gip di Milano ha invece ritenuto che la telefonata in questione non possa essere ricondotta ad un abuso della funzione tipica di Presidente del Consiglio, bensì ad un abuso della qualità di Presidente del Consiglio. Come dire che Berlusconi ha esercitato la sua influenza di premier per ottenere un risultato e non ha, invece, posto in essere atti o comportamenti tipici del capo dell’esecutivo.
Si dica, poi, che l’autorizzazione a procedere contro un membro del Governo può essere negata solo a maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea, e solo affermando che Berlusconi abbia agito “per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico”. Una strada in salita, dunque.
Discorso chiuso? Non del tutto: in teoria il Parlamento potrebbe sollevare conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale nei confronti del Tribunale di Milano, rivendicando la propria competenza a decidere se si tratti di reati commessi nell’esercizio delle funzioni oppure no.
Anche questa strada, tuttavia, appare decisamente in salita, sia per l’incerto esito di una simile avventura parlamentare (proprio la Camera dei Deputati è guidata da Gianfranco Fini…), sia per l’incerto esito che la strategia avrebbe in Corte costituzionale (che pure, in un caso analogo che riguardava il Ministro Mattioli, diede ragione al Parlamento e torto al Tribunale dei Ministri).
Non resta che aspettare il 6 aprile.