[08-02-2011] Spumante e dolcetti: il 17 marzo facciamo festa?

di Gianluca Sgueo, docente  di diritto dei mezzi di comunicazione, Università di Viterbo “La Tuscia”

Se ne è parlato molto negli ultimi giorni, anche se la vicenda è risalente. Il 17 marzo 2011 sarà festa nazionale. Il Governo regala agli italiani un giorno di vacanza, l’opportunità di un ponte (il 17 sarà giovedì) tanto più preziosa in un anno avaro di festività, e – per chi lo volesse – un’occasione di riflessione sul significato dell’unità nazionale a 150 anni dalla sua nascita. In realtà la scelta di istituire una festa nazionale è frutto di una decisione sedimentata nel tempo, apparentemente innocua ma vittima, in dirittura d’arrivo, di uno spiacevole misunderstanding (lo chiameremo così, perché la parola “complotto” evoca scenari spiacevoli, che preferiamo escludere). Ma andiamo con ordine. Della volontà di istituire una festa nazionale il 17 marzo 2011 si ha notizia in Parlamento già nel 2008. Le proposte sono anzi più di una, anche se nessuna di queste completa l’iter parlamentare. La prima versione della norma istitutiva della festa nazionale è redatta dall’Unità di Missione per i 150 anni dell’unità d’Italia (struttura che fa capo alla Presidenza del Consiglio) durante la primavera del 2010. Il testo, nella sua versione originaria, fa riferimento esplicito alla natura della festa: nazionale appunto, nel rispetto della normativa vigente. La norma approda nel decreto sugli enti lirici, poi convertito in Legge nel giugno 2010. Sembra fatta. Per verità c’è da dire che le Commissioni competenti del Senato avevano sollevato qualche perplessità sulla natura giuridica della norma, ma inizialmente nessuno si accorge del (mis)fatto. Il 17 marzo 2011 sarà festa nazionale…o almeno così pare finché a un solerte funzionario della Camera, nel redigere il calendario del 2011 e segnalare in rosso i giorni di festa, sorge il dubbio: solennità civile o festa nazionale? La norma, sul punto, non è chiara. Scoppia il caso. Improvvisamente è evidente a tutti che il testo di legge non offre indicazioni precise riguardo al fatto che il 17 marzo sia festa nazionale, o piuttosto debba intendersi come solennità civile. Pane per i denti di quotidiani. La cronaca giornalistica e le voci di palazzo attribuiscono a Giuseppe Vegas (oggi alla guida della Consob, ma fino a pochi mesi fa Vice Ministro dell’Economia) la responsabilità di aver cambiato il testo originario. Le congetture si sprecano. Quella più accreditata ritiene che la decisione di “declassare” il 17 marzo sia stato un omaggio alla Lega Nord, che naturalmente è contraria a una celebrazione di questo tipo. In un film western a questo punto arriverebbero “i nostri”. Nella versione tricolore invece c’è stato l’intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e subito dopo del Consiglio dei Ministri, che ha predisposto una “direttiva” (così la definisce il comunicato stampa sul sito del Governo) in cui (ri)attribuisce al 17 marzo il valore di festa nazionale, con buona pace dei Verdi di Pontida. Siamo al finale, che però non ha esattamente i toni dell’happy ending. Primo, perché il testo licenziato dal Consiglio dei Ministri non è ancora noto. Se ne attende (si spera a breve) la pubblicazione in Gazzetta. Secondo, perché i pubblici dipendenti e gli studenti resteranno a casa, mentre i dipendenti privati andranno a lavoro, anche se percepiranno una retribuzione maggiorata. Mettere d’accordo tutti era oggettivamente impossibile. L’impressione, tuttavia, è che così non sia contento nessuno. I lavoratori del privato avrebbero preferito rimanere a casa (a maggior ragione considerato che il 16 marzo ci sarà una Festa Tricolore in tutte le città italiane e si tirerà tardi). Gli industriali (ultima Emma Marcegaglia dalle pagine del Corriere della Sera) avrebbero preferito non dover pagare la maggiorazione in stipendio. Al massimo uno spumantino e due dolcetti, stile festa natalizia aziendale. Per fortuna che, una volta tanto, ha prevalso il buon senso…