[06-02-2011] Giovani: emergenza lavoro

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

In questi ultimi due anni di durissima crisi economica le politiche a sostegno dell’occupazione si sono prevalentemente concentrate sugli strumenti a sostegno della occupazione esistente, finanziando con quasi dieci miliardi di euro la cassa integrazione, mentre solo una minima frazione delle risorse messe in capo sono state destinate ad aiutare l’accesso al lavoro, in particolare dei giovani in cerca di prima occupazione. Il dramma della disoccupazione involontaria è stato, cioè, prevalentemente affrontato ponendosi nella prospettiva di chi un lavoro già lo aveva e non di chi lo cercava invano. Il risultato di questo approccio è crudamente riassunto nelle più recenti statistiche: secondo l’ultimo rapporto “noi Italia” elaborato dall’Istat, mentre il tasso generale di disoccupazione è cresciuto dal 6,7 per cento del 2008 al 7,8 del 2009, nello stesso periodo il tasso disoccupazione dei giovani tra i 15 ed i 29 è cresciuto di oltre quattro punti percentuali, superando il 25%. Insomma, lo tsunami della recessione ha colpito soprattutto i giovani. In qualche modo questi dati danno ragione a chi ha osservato che l’Italia, grazie soprattutto all’ammortizzatore sociale della cassa integrazione guadagni, ha retto meglio di altri paesi all’emergenza occupazionale generata dalla recessione. Ma l’esplosione del numero di giovani senza un lavoro ha assunto proporzioni tali da ipotecare il futuro stesso del nostro paese. Un paese che invecchia non solo nella sua struttura demografica ma ancor di più nella composizione della popolazione attiva è destinato ad un declino inesorabile. Il confronto con le economie emergenti è impietoso, ma anche nella “vecchia” Europa stiamo scivolando agli ultimi posti nella classifica dei giovani occupati, riuscendo a tener testa, per ora, solo all’Ungheria e a Malta. Cosa ha portato a questa situazione? Le difficoltà dei nostri giovani a trovare uno sbocco nel mercato regolare del lavoro ha origini che risalgono a ben prima della crisi iniziata due anni fa. Ha pesato, innanzitutto, l’incapacità del sistema formativo di trasmettere competenze professionali al passo con la rapida metamorfosi del tessuto economico. E’ stato sottovalutato il moltiplicarsi delle realtà imprenditoriali non solo dei servizi avanzati, ma anche del settore manifatturiero, che ha subito una radicale innovazione dei processi produttivi. Purtroppo le scuole tecnico-professionali, strozzate dalle difficoltà finanziarie, stanno scomparendo invece che moltiplicarsi, e l’offerta formativa non incrocia quanto è richiesto dal mercato. Ma, ciò che più conta, è che si sono rivelate inefficaci le politiche per l’occupazione giovanile, che ragionevolmente hanno puntato sui contratti a contenuto formativo, ma poi li hanno gravati di procedure di attivazione e gestione complesse e farraginose e non li hanno sostenuti con adeguati incentivi finanziari. La recessione iniziata alla fine del 2008 ha fatto il resto e oggi gli ultimi sconfortanti dati statistici ci impongono di prendere atto che quella dei giovani senza lavoro è un’emergenza da affrontare con misure economiche straordinarie, che diano un senso concreto a quel patto generazionale di cui tanto si va parlando, ma sul quale poco si è fatto. Per dare una risposta immediata a questa emergenza c’è bisogno di dirottare una parte delle risorse che, fin qui, sono state destinate ad arginare l’emorragia di posti di lavoro. Si potrebbe, ad esempio, utilizzare la consistente quota di fondi non utilizzati per la cassa integrazione per finanziare i nuovi contratti di lavoro con i giovani fino ai 29 anni, prevedendo sgravi contributivi estesi ad ogni settore, in una misura intermedia fra l’aliquota piena e quella prevista per l’apprendistato. Si tratterebbe di una misura eccezionale e costosa, certo. Ma è arrivato il momento in cui riconoscere che l’investimento sul lavoro dei giovani non è più una delle opzioni possibili, ma una necessità. Perché lo stallo delle nuove generazioni è il peggior nemico del benessere di tutti.