[05-02-2011] Federalismo municipale: un pasticcio calcolato

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

“Con tutta evidenza” il Governo non ha rispettato il procedimento previsto dalla legge di delega. Con questa espressione, che dice più di quello che sembra dire, il Presidente della Repubblica ha dichiarato irricevibile il decreto legislativo sul federalismo municipale, approvato dal Governo in tutta fretta, pur dopo il voto contrario della Commissione bicamerale appositamente istituita. Irricevibile perché, con tutta evidenza, incostituzionale.

Sia chiaro, il Presidente della Repubblica si è espresso solo su profili formali: nulla ha detto sul contenuto dell’atto, cioè sul merito del federalismo municipale.

La forma, però, è sostanza, almeno nel mondo della legge. E quanto accaduto ieri evidenzia la pericolosa disinvoltura del Governo nel maneggiare le regole del gioco, cioè quelle scritte in Costituzione.

Ricapitoliamo: il Parlamento, nel 2009, approva una legge sul federalismo fiscale. Questa legge richiede numerosi decreti attuativi e delega il Governo ad approvarli, secondo le procedure previste nella stessa legge. In questi giorni era la volta del decreto sul cd. federalismo municipale. Il testo, prima dell’approvazione definitiva, doveva essere sottoposto dal Governo ad una commissione parlamentare bicamerale appositamente costituita. Così è stato, ma la commissione ha respinto il testo. Tutto fermo, dunque? No, in un affannato Consiglio dei ministri serale, Bossi e Berlusconi decidono di approvare lo stesso il decreto, ignorando il voto contrario della commissione e le procedure ulteriori previste dalla legge di delega. Così si cerca di mettere una toppa all’ennesima prova di debolezza della maggioranza, blandendo il leader della Lega e spingendo le elezioni un po’ più in là.

Poi se la vedrà Napolitano, avranno pensato. Certo, la mossa è astuta sotto il profilo politico: spostare la responsabilità del naufragio sul Presidente della Repubblica, che ostacola un Governo “del fare”, concreto e decisionista. È stata una scelta poco nobile, che (e non è la prima volta, si pensi al decreto per Eluana Englaro o a quello per i rifiuti in Campania) gioca sul filo della tensione fra le più alte cariche dello Stato, anziché contribuire ad un clima di reciproca collaborazione. Rassicura, comunque, che il Presidente della Repubblica, per nulla intimorito, abbia lasciato il decreto addirittura fuori dalla porta del Quirinale, affermando, in sostanza, che è uno “pseudo-decreto” e non possiede nemmeno i requisiti minimi perché il Presidente eserciti i propri poteri di emanazione.

Ma la scelta del Governo, goffa quanto provocatoria, mostra anche uno scarso rispetto del Parlamento. Sarà per come i parlamentari sono scelti, sarà perché nemmeno l’opposizione fa granché paura, fatto sta che l’esecutivo ha ignorato la volontà parlamentare e ha pure ignorato l’obbligo previsto dalla legge di riferire alle Camere in caso di mancato accoglimento delle osservazioni della commissione bicamerale.

Qualcuno, ingenuamente, potrebbe pensare che lo spettacolo di questi giorni sia stato il frutto di una svista, di un errore in buona fede. Tutto può essere, soprattutto in questa stagione convulsa e crepuscolare. Ma è di gran lunga più probabile che tutto sia stato valutato e soppesato. Bisogna infatti considerare che, se il Governo avesse seguito la procedura prevista dalla legge, avrebbe dovuto trasmettere il testo del decreto alle due Camere e, nei prossimi trenta giorni, rendere comunicazioni alle stesse. In questa fase della vita istituzionale trenta giorni sono un’eternità. Inoltre, la calendarizzazione delle comunicazioni del Governo sarebbe stata oggetto di un sicuro scontro nella Conferenza dei capigruppo, soprattutto alla Camera. Infine, sulle comunicazioni del Governo il Parlamento avrebbe potuto votare, esprimendo un indirizzo politico: anche questa ipotesi, oggi, fa tremare Palazzo Chigi.

Meglio, dunque, soffiare sul fuoco, piuttosto che tenere un profilo basso e ligio alle regole. Nella confusione generale sarà più facile confondere le responsabilità della sconfitta.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 05-02-2011)