[04-02-2011] Il federalismo balneare

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Due i fatti. Il primo: l’apposita commissione bicamerale non ha dato il parere favorevole sul decreto legislativo in materia di federalismo fiscale. Il secondo: il governo in tutta risposta si è riunito d’urgenza e ha approvato egualmente il decreto. La maggioranza, sconfitta nella sede parlamentare, ha motivato la propria condotta sulla base del carattere non vincolante del parere della commissione.

È davvero così? In effetti, come noto agli addetti ai lavori, i pareri sugli schemi di decreto legislativo sono sì obbligatori ma non vincolano le scelte dell’esecutivo (come sostiene la maggioranza). Tuttavia, il discorso non si esaurisce qui. L’art. 2 della legge di delega (la l. 42 del 2009) stabilisce due cose di rilievo: da un lato che i pareri parlamentari debbono essere trasmessi entro sessanta giorni e che qualora ciò non avvenga i decreti possono essere comunque adottati. Dall’altro che «il governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo». In altre parole, pur non essendo vincolante, il parere determina un onere procedurale supplementare per il governo che voglia discostarsene.

Ora, il problema consiste nel coordinare le due disposizioni, in quanto il parere – con il benestare dell’esecutivo – è giunto oltre i termini predetti (che scadevano il 28 di gennaio), e rispondere ad un semplice quesito: l’emanazione tardiva del parere permette al governo di comportarsi come se questo non fosse mai stato reso o impone allo stesso organo di adempiere agli oneri procedurali previsti per il caso in cui egli voglia discostarsi da quanto emerso in sede parlamentare?

La risposta, in punto di diritto, è tanto semplice quanto evidente. La leale collaborazione tra gli organi costituzionali non permette all’esecutivo, legislatore delegato, di utilizzare il ritardo parlamentare per turarsi le orecchie e ignorare la voce dell’organo delegante (e generalmente tributario della funzione legislativa). Quella del governo è in altre parole una forzatura che potrebbe portare alla caducazione del provvedimento legislativo da parte della Corte costituzionale.

Rimane il quesito delle motivazioni politiche alla base del gesto: perché approvare un decreto potenzialmente instabile quando, adempiendo a oneri non certo insormontabili, nell’arco di un mese si sarebbe potuto approvare un testo giuridicamente inattaccabile (salva l’ipotesi di specifiche incostituzionalità)?

La risposta a questo punto non può che essere del tutto politica. Sul punto paiono realistiche due ipotesi non reciprocamente escludenti. Da un lato, potrebbe essere la manifestazione di debolezza di un governo, appeso ad una maggioranza assai risicata, che cerca di occultare con una prova di forza le proprie contraddizioni o che teme di non avere materialmente il tempo di adempiere agli oneri di cui si è detto. Dall’altro lato, potrebbe essere invece il modo per far precipitare verso le elezioni il precario equilibrio politico ed avere un vessillo da agitare in campagna elettorale.

Le recenti boutade sul rilancio dell’economia e sulla modifica dell’art. 41 della Costituzione sembrano avvalorare la seconda ipotesi. Sullo sfondo, resta l’amara constatazione di una classe politica che, avendo rinunciato a formulare progetti per il futuro del Paese, riduce ogni propria iniziativa al lato meramente propagandistico e ogni prospettiva al puro e immediato sopravvivere, al semplice galleggiare.