[03-02-2011] Il faut cultiver son jardin: ovvero come rilanciare l’occupazione giovanile

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Nella mole caliginosa dei dati sullo stato di salute del sistema economico italiano, quello relativo alla disoccupazione involontaria giovanile merita di essere sottolineato non solo per la sua drammaticità, ma pure per il contesto in cui si inserisce – la complessiva debolezza della posizione lavorativa dei componenti di quello stesso gruppo che un lavoro ce l’hanno, il loro regime previdenziale, etc… – e, di converso, per le conseguenze sociali che da esso derivano.

Si tratta quindi, all’evidenza, di un problema che merita grande attenzione e, soprattutto, che necessiterebbe di un’articolata risposta del potere pubblico, all’altezza della gravità del fenomeno e delle sue molteplici ricadute, prima di tutte quelle che derivano dal ruolo che un’attività lavorativa ricopre nel consentire ai singoli soggetti di definire e realizzare il proprio progetto di vita.

In proposito sono stati recentemente presentati i dati relativi al primo anno di esecuzione del Piano di azione per l’occupabilità dei giovani, vale a dire l’insieme di iniziative pensate dal governo per affrontare tale problematica. Purtroppo, si tratta di un piano assai scarno di interventi di sostegno, piuttosto che di un insieme coerente di misure in grado di fare sistema tra di loro e di costituire un progetto di largo respiro; non sembra casuale quindi se i risultati del primo anno di applicazione siano stati così deludenti.

Quello che maggiormente ha stupito della presentazione dei dati, avvenuta lo scorso 25 gennaio, sono però i commenti dei quattro ministri competenti. In particolare l’enfasi posta sulla mancanza di umiltà dei giovani e sulla necessità che questi tornino ad accettare anche lavori manuali i quali, si apprende dal medesimo ministro, sono ciò che serve alle aziende, ciò in favore di cui bisogna focalizzare la formazione scolastica.

Di fronte a questo genere di argomentazioni, è difficile capire se prevalga lo sconcerto per l’ennesima manifestazione dell’idiosincrasia della nostra classe politica verso l’idea di assumersi le proprie responsabilità oppure lo sconforto per la miopia della ricetta suggerita. Investire sul lavoro manuale e tecnico (anche se, magari, ad elevato tasso di tecnologia, come precisato dal quartetto) significa esporre il sistema economico italiano alle dinamiche regressive della globalizzazione internazionale. È il lavoro manuale e tecnico ad essere delocalizzato per primo in Paesi dove la manodopera ha un costo più basso.

Più di un ritorno all’umiltà da parte dei giovani, ciò che manca e che sarebbe necessario ritrovare è invece l’ambizione; quel sentimento che spinge a chiedere di più, in primo luogo a sé stessi, nel perseguire obiettivi e progetti di lungo periodo, faticosi e difficili da realizzare (per quanto realistici), a tutto vantaggio sia della soddisfazione personale, sia del sistema economico complessivo. Ambizione che forse non è abbastanza diffusa nel Paese reale, ma che non trova cittadinanza – a quanto pare – presso le nostre classi dirigenti.