[26-01-2011] Sul perenne scontro fra il premier e i magistrati (un invito a guardare oltre il caso Ruby, e ancora più in là)

di Luca Lupària, docente di Diritto processuale penale, Università di Teramo e Università Statale di Milano.

Difficile preconizzare se quello che si sta celebrando in questi giorni costituisca davvero una sorta di scontro finale tra il nostro Presidente del Consiglio e la Procura di Milano. Più volte si è pensato ad una resa dei conti definitiva e, puntualmente, i fatti hanno smentito l’assunto. Come in una folle rincorsa, quello che sembrava un punto di approdo si è dimostrato soltanto uno stadio intermedio d’un percorso costellato di contrasti sempre più accesi.

Di certo, i tempi scelti dagli inquirenti meneghini per comunicare lo stato dell’indagine (il giorno seguente la pronuncia della Consulta), le particolari modalità d’investigazione, la prospettata richiesta di giudizio immediato, la grave qualificazione penalistica della vicenda operata dai magistrati fanno ritenere che difficilmente la partita finirà in pareggio. Se l’inchiesta andrà a smontarsi, sarà inevitabile interrogarsi sulla fondatezza della tesi da tempo propugnata da Silvio Berlusconi, quella di un uso parzialmente politico dello strumento giudiziario. Se, viceversa, l’imputazione saprà reggere anche solo ai primi vagli giurisdizionali,  l’uscita di scena del primo ministro sarà non più prorogabile. Le armi per questa tenzone si stanno del resto affilando, come dimostra la proposta di legge testé portata agli onori della cronaca che vuole introdurre un sistema di sanzioni rivolte ai pubblici ministeri per uso indebito di intercettazioni, specie qualora vadano ad arrogarsi il diritto di procedere in assenza di una reale attribuzione territoriale rispetto ai fatti investigati.

Confesso tuttavia uno scarso interesse per l’esito del match. Lo sguardo corre oltre. Al di là dell’orizzonte temporale di un uomo politico, Silvio Berlusconi, che, se anche dovesse superare questa convulsa fase, appare comunque, per limiti di età, destinato a sgombrare il campo. Al di là di una stagione, quella del “nucleo duro” della Procura di Milano, in via di esaurimento per il fisiologico ricambio generazionale e per il mutamento dei tempi.

L’interrogativo che mi pongo è piuttosto il seguente: dopo più di un decennio di sforamenti tra i poteri dello Stato, di un intreccio insolubile tra vita delle istituzioni e giustizia penale, di una attività “vicaria” portata avanti dalla magistratura per colmare le carenze del sistema, possiamo essere certi che la sola conclusione dell’era berlusconiana riporterà tutto in equilibrio? Siamo sicuri che ogni scostamento rientrerà nei ranghi, ogni pratica distorta sedimentatasi dal 1994 ad oggi si placherà? Che, come accade dopo una guerra civile, tutti restituiranno i fucili e le insegne, dedicandosi alle ordinarie occupazioni?

Ecco, di questo dovremmo forse occuparci maggiormente. Operare perché la parabola che sta comunque per chiudersi non lasci segni indelebili di carattere negativo. Costringendo ad un passo indietro anche chi giudichiamo che nel periodo della “emergenza” abbia correttamente operato ma che, ora, rischia di essere un peso per il futuro del Paese.