[25-01-2011] Saviano all’indice!

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Oscurata dalle notti bianche di Arcore, la vicenda non ha avuto grande rilievo mediatico; ma appare istruttiva e val la pena di dedicarci qualche accenno di riflessione. Si allude alle iniziative della giunta regionale del Veneto in materia di libri, tese – secondo le parole dell’ideatrice del piano, Elena Donazzan – a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi, in primo luogo i romanzi di quegli autori francesi che hanno firmato i cd. appelli pro Battisti e, con imperscrutabile nesso, quelli scritti da Roberto Saviano.

Ora, si può trovare incomprensibile la decisione dell’allora Presidente brasiliano di non concedere l’estradizione (anche se più fruttuoso sarebbe capire le ragioni geopolitiche che hanno prodotto questa decisione); si possono pure trovare risibili gli appelli di questi scrittori. Sarebbero cose giuste o, quanto meno, del tutto ragionevoli. Non si comprendono invece i motivi di un simile gesto che, nella migliore delle ipotesi, sembra una reazione puerile e impotente.

Ma vi è di più. In questa iniziativa, vi è la pretesa di un organo di governo di stabilire ciò che sia educativo per le persone; di determinare quali siano i testi buoni, di cui incentivare la lettura (tra l’altro, la stessa assessore era già venuta alle cronache per avere inviato a tutti gli alunni delle elementari venete una copia della Bibbia), e quelli cattivi, per i quali si cerca di impedire la lettura. Per di più originando un transfert dal valore dell’opera letteraria alla personalità del singolo autore, come se le poesie di Belli fossero un inno allo Stato pontificio o le opere di Borges una lettura da reazionari.

È questa una pretesa tipica dei regimi autoritari che si scontra frontalmente con la libertà dell’arte e della scienza, le quali mal tollerano l’ingerenza politica nel determinare quali debbano essere i loro contenuti. D’altra parte l’educazione, nel disegno dell’art. 33 della Costituzione, spetta a istituti improntati al più largo pluralismo, ove le scelte relative all’insegnamento avvengono sulla base del dibattito proprio di ciascuna tradizione disciplinare e sono rimesse, in ultima analisi, al docente in quanto espressione di una certa comunità scientifica; a sua volta, la pluralità delle posizioni interna a ciascun istituto (e protetta dalla preferenza per la scuola pubblica) garantisce che la funzione educativa avvenga anche nella giustapposizione di stimoli culturali di matrici diverse che arricchiscono il dibattito di posizioni e relativizzano gli assunti ideali di cui la cultura di ciascun individuo è (e può essere) liberamente portatrice.

Appare chiara la differenza che intercorre tra il pluralismo del disegno costituzionale e l’aridità culturale di iniziative come quella in esame. Certo, il rapporto tra politica e cultura è sempre stato complesso, per una pluralità di fattori tra i quali la circostanza per cui la seconda è uno strumento in grado, a seconda dei casi, di veicolare consenso o di stimolare la riflessione critica e, quindi, il dissenso. Ciò nonostante, iniziative tese a non far leggere testi diseducativi – come pure quelle di applicare simboli di partito alle scuole – si pongono in evidente contrasto con il dettato costituzionale, con la libertà di ciascun cittadino e con la crescita culturale e civile di un Paese.

Se talvolta fanno sorridere è per la piccineria da cui sono animate e che sembra caratterizzare chi le pone in essere.