[24-01-2011] Quando si dice democrazia

di Graziella Romeo, docente di diritto pubblico, Università Bocconi e visiting scholar Fordham University, New York

Nelle riflessioni degli ultimi giorni sulle vicende italiane c’è una sorta di continua concorrenza tra piani: la morale, il diritto, il senso di giustizia, la politica, lo strategismo elettorale.

Così, si arriva a dire che il comportamento del Presidente del Consiglio è una questione appartenente alla sua sfera  privata ovvero che è uno stile di vita esecrabile (morale); che, comunque, è stata violata la privacy o, da parte opposta, che ha commesso reati gravissimi (diritto); che è perseguitato dai giudici o, alternativamente, che vi si sottrae con sistematica scaltrezza (senso di giustizia); che, sondaggi alla mano, la maggior parte degli italiani continua a sostenere questa maggioranza o, da parte opposta, che la stagione politica del berlusconismo è al tramonto definitivo (politica); che non vi sono alternative esperibili alla leadership del Presidente Berlusconi ovvero che occorre prepararsi al voto (strategismo elettorale).

In questo dedalo di riflessioni si giunge a sostenere che le sconcertanti vicende di Arcore (e qui il giudizio è solo morale, posto che si presume assente la responsabilità penale) non impediscono al Premier di fare il suo dovere di uomo politico e, dunque, di portare avanti una decisa azione di governo, marcando addirittura una matura distinzione tra morale e politica che pure democrazie consolidatissime non sono mai state altrettanto abili a tracciare.

In questo quadro, da altra parte, si chiedono le dimissioni: non quale resa politica, ma piuttosto quale gesto di opportunità (e, si dovrebbe dire, dignità) istituzionale, dettato dalla necessità di trovare il tempo di difendersi nelle sedi opportune – con la garanzia di poter godere di tutti i diritti propri della posizione di imputato – e di non lasciare il Paese in una situazione di difficoltà assoluta. Del resto, la Camera deve decidere sull’autorizzazione a procedere nei confronti dell’on. Berlusconi. La commissione dei reati ascritti non è stata ancora provata in sede processuale, ma neppure smentita, dal momento che un processo non è iniziato.

Il dibattito ruota essenzialmente su una questione: può un potere legittimo (leggasi, democraticamente legittimato) essere posto in crisi da una vicenda di questa natura? Un Presidente del Consiglio, non punito (pare) dai sondaggi, non ha il diritto/dovere di continuare il “proprio lavoro”? Insomma, se al “popolo” continua a piacere il Capo di governo, nonostante questa commedia/tragedia italiana o, in altre parole, se la regola democratica funziona, dov’è il problema e dov’è il rischio?

Il rischio è un gigantesco e preoccupante fraintendimento. La democrazia intesa come metodo e in assenza dell’ideale democratico è uno strumento neutro: non è desiderabile in sé e per sé (come il dibattito filosofico sul “male minore” ci ricorda). La democrazia costituzionale – il modello che l’Italia ha scelto per sé nel 1948 – postula che il popolo sia sovrano e che legittimi un Parlamento, il quale dia sostegno ad un governo che, a sua volta, subisce limiti e controlli, imposti dalla Costituzione. Questa democrazia non è un assegno in bianco al Parlamento o al vertice del potere esecutivo; essa comporta invece l’attribuzione di un potere che deve essere esercitato secondo il dettato costituzionale. È estranea all’essenza del costituzionalismo l’idea che il potere possa fare quel che vuole, fin tanto che goda del placet del popolo.

Almeno da quando fascismi, dittature e monarchie assolute hanno lasciato il posto alle democrazie costituzionali, la prima cosa che “potere” significa è “responsabilità”. Dall’uomo politico ci si deve attendere il sacrificio del potere personale acquisito, in nome della propria responsabilità.

La circostanza che un comportamento che viola la legge, quando posto in essere da un soggetto esercente una carica politica in un determinato contesto, sia irrilevante per il popolo in sede elettorale nulla dice sulla natura di quell’azione, sulla sua rilevanza e di certo non l’assolve e non la cancella.

Se il popolo plaude ma la responsabilità non è esercitata, la regola democratica non funziona affatto, è fraintesa, travisata e calpestata.