[19-01-2011] Contro gli ambientalisti della domenica

di Carla Bassu, docente di Diritto pubblico, Università di Sassari

Pochi giorni fa una perdita di petrolio dagli stabilimenti del polo industriale di Porto Torres ha provocato una marea nera che ha invaso la costa del golfo dell’Asinara, deturpando la bella spiaggia di Platamona e provocando danni gravissimi a flora e fauna.

La vicenda, tristemente simile a tante altre, è stata pressoché ignorata dalla stampa nazionale, ma ha suscitato aspre polemiche nella popolazione locale che si è mobilitata per denunciare la pericolosità degli apparati produttivi altamente inquinanti presenti nell’area e per sollecitarne lo smantellamento, a favore della salvaguardia di una delle zone balneari più amate e frequentate del Nord Sardegna.

L’esigenza di tutela del bene ambiente è una realtà assodata e incontestata nelle società contemporanee, rese consapevoli dell’importanza che un contesto ecologico equilibrato riveste ai fini del benessere delle persone. A maggior ragione, l’integrità di un patrimonio unico e inestimabile quale quello rappresentato dal Mar di Sardegna è giustamente percepito come prioritario dalla sensibilità degli abitanti che però, allo stesso tempo, si indignano contro la disoccupazione di massa provocata dalla chiusura degli stabilimenti, che spinge sull’orlo della crisi sociale.

Questo fatto di cronaca di provincia non è fine a sé stesso, ma suscita una riflessione più ampia in ordine alle priorità che la politica deve assumere di fronte alla concorrenza di principi costituzionali e interessi ugualmente legittimi ma contrastanti.

Da una parte c’è l’esigenza complessa che si manifesta nel diritto fondamentale a godere di un ambiente salubre, comportando nel contempo la responsabilità nei confronti delle generazioni future di conservare l’equilibrio dell’ecosistema. Dall’altro lato c’è il diritto al lavoro di chi non può vivere di sole e mare pulito ma, per andare avanti, deve puntare sull’occupazione fornita da strutture produttive ad alto rischio inquinamento.

Hanno tutti ragione e peccherebbe di superficialità chiunque volesse semplicisticamente assegnare a una parte il pomo della vittoria.

C’è bisogno di un arbitro lucido che chiarisca le priorità e metta in atto un programma operativo per bilanciare i diritti e realizzare il bene comune, rappresentato dalla possibilità di vivere e lavorare dignitosamente in un ambiente salubre. Questo è il compito della politica che però latita e interviene solo per limitare i danni quando la situazione è già compromessa. Manca una strategia a lungo termine.

E’ noto a tutti che l’Italia attraversa una profonda crisi occupazionale e l’offerta di lavoro trova risposta in apparati produttivi basati su sistemi vecchi e spesso incompatibili con le esigenze di protezione ambientale che meritano invece la massima attenzione. Per rompere questo circolo vizioso e venir fuori dall’impasse è necessario avviare un programma organico volto al mutamento del sistema economico e occupazionale in prospettiva ecocompatibile.

Sarà un percorso lungo e difficile, ma anche per costruire i grattacieli più alti si deve partire dalla posa del primo mattone, spetta a noi elettori fare pressione affinché il cambiamento venga messo in cima all’agenda dei nostri rappresentanti.