[17-01-2011] Mirafiori oltre il referendum

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Cosa cambia il referendum di Mirafiori? Sotto il profilo giuridico, niente, ma gli equilibri delle relazioni industriali ne escono profondamente scossi. Il referendum fra i lavoratori di una azienda rientra tra gli strumenti di azione sindacale, ma non ha alcuna capacità di produrre effetti giuridicamente vincolanti. A differenza dello strumento referendario previsto dalla Costituzione, quello previsto dallo Statuto dei lavoratori non può propriamente considerarsi una forma di democrazia (sindacale) diretta. Esso non esprime, infatti, la volontà di un comitato promotore alternativo ai comuni canali di rappresentanza; né intende porsi come forma di azione sindacale sussidiaria, laddove l’istituzione associativa venisse ritenuta inadeguata alla gestione di specifiche emergenze. Il referendum è, a tutti gli effetti, un istituto a disposizione dei sindacati. Lo Statuto dei lavoratori lo ha previsto come strumento di verifica ex post dell’apprezzamento, da parte dei lavoratori, delle scelte operate dal sindacato.  Se la trattativa sindacale ha un esito positivo e le parti raggiungono un accordo, il sindacato può scegliere di sottoporre i termini dell’accordo alla approvazione della “base”, cioè dei lavoratori direttamente interessati. Normalmente il testo sottoposto alla approvazione dei lavoratori è presentato unitariamente dai sindacati e – normalmente – è scontato l’esito positivo. Ciò in quanto – normalmente – l’accordo produce risultati migliorativi per i lavoratori rispetto alla regolamentazione precedente. Se la vicenda di Mirafiori ha fatto tanto rumore non è soltanto per il ruolo storico della Fiat nel panorama industriale italiano. Infatti, quello che è avvenuto nel lo stabilimento torinese della Fiat ha ben poco di “normale”, volendo intendere con tale termine la consueta prassi sindacale. A differenza di quanto avviene normalmente, questa volta il testo da sottoporre all’approvazione dei lavoratori non prevedeva il miglioramento dei parametri economici e normativi: al contrario, operai ed impiegati erano chiamati ad accettare un sacrificio per conservare il lavoro e sperare in un futuro di sviluppo, peraltro incerto nei tempi e nei modi. Così è successo che la Fiom, il sindacato tradizionalmente più rappresentativo del settore metalmeccanico, abbia duramente contestato l’accordo. Con la conseguenza che a Mirafiori non si è celebrato il consueto rito della ratifica plebiscitaria, ma si è consumata una vera e propria battaglia all’ultimo voto. Ecco perché il referendum di Torino segna, dopo il precedente di Pomigliano, un passaggio cruciale per le relazioni industriali. Si tratta di capire se questi sono i prodromi di una evoluzione in senso competitivo fra le diverse anime del sindacato, che avrebbe come conseguenza l’esclusione della componente minoritaria dal governo della contrattazione collettiva; oppure se – e non sarebbe la prima volta – si tratta soltanto di una separazione momentanea, destinata a ricomporsi  attraverso un percorso di ricomposizione di una linea unitaria. Visto il disinteresse sin qui mostrato dal governo, il futuro è più che mai nelle mani dei contendenti.