[15-01-2011] Mirafiori e il declino del lavoro in Italia

di Edmondo Mostacci, docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Tra ieri e l’altro ieri si è svolto il referendum che ha ratificato – seppure di stretta misura e con percentuali di consenso inferiori alle attese – l’accordo di Mirafiori, siglato lo scorso dicembre tra l’azienda e le parti sindacali, con l’esclusione però dell’organizzazione più rappresentativa del settore. È un accordo che merita profonda attenzione, al di là del chiacchiericcio da cui è stato sino ad ora sommerso, in quanto dice cose importanti sul futuro, non solo delle relazioni industriali, ma anche della stessa economia italiana.

Considerato di per sé, è un accordo complessivamente regressivo, rispetto al recente passato. Tuttavia, la sua sottoscrizione da parte delle rappresentanze sindacali è stata presentata come doverosa, posta la necessità della Fiat di competere sui mercati internazionali e la possibilità, per quest’ultima, di localizzare la produzione in Paesi complessivamente più convenienti.

Ovviamente, in questa asserzione c’è un fondo di verità ma, nel dibattito pubblico, essa è stata assunta come una sorta di ineluttabile circostanza storica dalla quale è impossibile fuggire. Assecondando tale ottica, anche chi ha criticato l’accordo, lo ha fatto investendo la Fiat di una responsabilità sociale che non ha reale fondamento.

Il punto fondamentale della questione, infatti, sta nel modo in cui il Paese affronta la mondializzazione dei rapporti economici. E, sul punto, il problema dell’Italia consiste nella totale mancanza di questo tema dal dibattito pubblico e nell’assenza dei problemi ad esso relativi dall’indirizzo politico di maggioranza. In altre parole, manca la definizione di una strategia che miri a ritagliare al nostro sistema economico uno spazio all’interno del mercato globale; non vi è traccia di scelte in ordine a quali settori meritino sostegni adeguati (e in cosa questi sostegni possano consistere); è del tutto assente un disegno teso a dare maggiore qualità al lavoro, onde preservarlo dal declino dell’ultimo decennio, come dimostrato dalla stasi della sua produttività, oggi impercettibilmente superiore rispetto al livello di quindici anni fa.

La cronaca di questi mesi – in primis, ma non solo, gli accordi di Mirafiori e Pomigliano – non fa che confermare il sostanziale declino del sistema economico italiano e l’urgenza di definire una politica economica adeguata a contrastarlo. In sua assenza, il lavoro in Italia sarà chiamato sempre di più a confrontarsi con quello svolto in Paesi ove costi e tutele sono di un ordine di grandezza inferiore ai nostri, con le ovvie conseguenze di livellamento verso il basso del valore del lavoro in tutte le sue dimensioni.

Dopo tutto, il modello sociale europeo si è costruito anche attraverso la progressiva limitazione dell’open shop, mentre la globalizzazione permette nuovamente ai datori di lavoro di giovarsi della concorrenza, oggi transnazionale, tra lavoratori. Una concorrenza questa che, conviene precisare, non fa bene neppure al complessivo sistema economico. Sta al potere pubblico trovare la strada attraverso la quale limitare nei fatti questa possibilità e restituire al lavoro quella funzione di creazione e realizzazione delle chances of life della persona che il dettato costituzionale gli assegna.

Purtroppo, l’attuale classe politica italiana non sembra interessata all’argomento, presa com’è dalle proprie boutade e dalla propria inconsistenza.