[06-01-2011] Il nuovo Quarto Stato

di Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro, Università Bocconi

Partita più di un secolo fa da Volpedo, piccolo paesino alle pendici dei colli tortonesi, la marcia di lavoratori del Quarto Stato è approdata in piazza del Duomo, al nuovo museo del novecento.

Sono poche le opere d’arte italiane che sono riuscite a riassumere in una singola icona un’intera epoca storica. Il Quarto Stato rappresenta da oltre un secolo, secondo le parole di Pellizza da Volpedo, “una massa di popolo, simboleggiante tutta la grande famiglia dei figli del lavoro, i quali intelligenti, forti, uniti, s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone”. Il Quarto Stato è la sintesi iconografica di tutti i movimenti operai del novecento, delle lotte di un classe sociale che irrompeva nella storia per affermare con orgoglio la propria identità, rivendicando con forza il diritto a non rimanere ai margini dello straordinario sviluppo sociale ed economico che la rivoluzione industriale stava producendo in Europa e al di là dell’atlantico.

L’apertura nel cuore di Milano del museo dedicato all’arte del ventesimo secolo offre l’occasione per gettare lo sguardo oltre la celebrazione e domandarsi cosa resta oggi non solo della spinta propulsiva dei movimenti operai, ma degli stessi confini tradizionali del lavoro. Se, uscendo dalla tela e prendendo vita, i lavoratori di Pellizza riempissero oggi il sagrato del Duomo, quale accoglienza riceverebbero dai loro colleghi milanesi? Cosa li accomunerebbe? Su quali battaglie troverebbero consenso?

Negli ultimi due decenni si è discusso molto sulla fine della fabbrica fordista, sulla smaterializzazione dell’impresa, sulla economia immateriale, sulla natura ubiquitaria dei nuovi lavori legati alle tecnologie informatiche e, persino, sulla stessa fine del lavoro, almeno secondo i paradigmi con i quali è stato sin qui inteso. I due decenni che ci hanno traghettato dall’avvento del personal computer al social network di Facebook hanno diffuso la sensazione che le imprese fossero destinate a trasformarsi da luoghi di lavoro a nodi connettivi di competenze senza nazione e senza luogo. Ma la storia più recente ha riportato sulla terra una visione del lavoro che guardava troppo all’immaginifico e troppo poco alla più prosaica ma concreta realtà. E’ successo, infatti, che la crisi della finanza abbia travolto l’economia materiale, quella fatta da fabbriche e uffici dove persone reali si riunisco ogni mattina per affrontare la propria giornata di lavoro. Allora, improvvisamente, c’è stato per tutti un brusco risveglio dal sogno di un mondo che procede sicuro nell’etere della economia virtuale. Così, ci si è ricordati che è nelle fabbriche e negli uffici che si concentra oltre il 95% di tutto il lavoro e ci si è anche accorti che i colletti bianchi di Mirafiori hanno problemi molto simili alle tute blu di Pomigliano. E allora c’è da credere che se, in questo primo scorcio di 2011, i lavoratori venuti da Volpedo potessero scendere dall’Arengario e camminare per le strade, non si sentirebbero degli alieni.

(pubblicato sul Corriere della Sera – Milano -  del 4-01-2011)