[03-01-2011] Democrazia diretta o X-factor?

di Paolo Cavaliere, PhD Università Bocconi

Il Governo britannico ha annunciato in questi giorni una proposta coraggiosa: quella di consentire ai cittadini di esprimere il proprio sostegno a proposte e petizioni popolari pubblicate sul sito Internet Direct.gov.uk; le idee più gradite, che superino la soglia dei 100.000 likes, verrebbero automaticamente tramutate in disegni di legge, che la Camera dei Comuni avrebbe l’obbligo di discutere. L’obiettivo è quello di riavvicinare la gente alla politica attiva, di superare quello scollamento tra cittadini e istituzioni che anche nel Regno Unito si avverte sempre più forte.

Sia il Guardian, che per primo ha pubblicato la notizia, sia i giornali italiani che l’hanno ripresa lasciano trapelare più di una punta di maligno sarcasmo, e paragonano il nuovo procedimento di iniziativa popolare al televoto dei reality-shows come X-Factor. Chissà perché, ogni volta che viene avanzata una proposta per coniugare Internet e democrazia, questa viene considerata, nel migliore dei casi, fantascientifica e irrealistica.

Eppure l’idea dovrebbe suscitare stupore molto più nel Regno Unito, dove non esistono né l’iniziativa legislativa popolare né l’istituto del referendum, che da noi, dove l’art. 71 della Costituzione consente la presentazione alle Camere di un progetto redatto in articoli e sottoscritto da 50.000 elettori. Quella che oltremanica è annunciata come una rivoluzione altro non è che un tradizionale (per noi) istituto di democrazia diretta, messo in atto però con mezzi più moderni e più agevoli, che effettivamente potrebbe richiamare una partecipazione più ampia. Nulla di infattibile, tanto che il voto elettronico viene già sperimentato con successo in alcuni Paesi europei, a patto di approntare alcuni accorgimenti tecnici, ad esempio la possibilità di verificare che a ciascuna preferenza espressa corrisponda effettivamente un singolo elettore (“una testa, un click”).

Senza facili e inutili ironie, dalla proposta britannica potremmo anzi trarre anche noi qualche utile spunto, come la previsione dell’obbligatoria discussione parlamentare della proposta di iniziativa popolare. In Italia, dove questa previsione non esiste, il ddl di iniziativa popolare può facilmente venire insabbiato, come in effetti accade spessissimo, dalla Conferenza dei capigruppo che decide quali provvedimenti vengono inclusi nel calendario dei lavori parlamentari per la discussione e quali no. Gli scettici avanzeranno a questo punto un’obiezione che è facile prevedere: alla fine dei conti ha poco valore la discussione obbligatoria in Aula, ché “tanto i politici fanno quello che gli pare” e , se anche obbligati ad esaminare una proposta popolare, la bocceranno se non di loro gradimento. Banale ma vero, in fondo; si tratta però di una normale esplicazione del principio della sovranità del Parlamento, investito del potere legislativo, cui in regime di democrazia rappresentativa gli istituti di democrazia diretta si affiancano, senza pretese di sostituzione.

Confrontiamo questa obiezione con un’altra realmente avanzata dall’opposizione britannica: se  attraverso la e-petition risultasse un forte sostegno popolare a proposte estreme, come la reintroduzione della pena di morte o l’uscita dall’Unione europea, il Parlamento si troverebbe in grave imbarazzo nel rigettarle. L’obiezione è fondata: mentre la democrazia mediata, che ha la propria sede naturale nel Parlamento, si fonda sul dibattito e sul compromesso tra gli opposti, gli istituti di democrazia diretta, specialmente se veicolati da Internet, sono invece terreno di coltura di posizioni radicali, perché a votare sono soprattutto gli eccentrici (ossia quelli che si collocano agli estremi della curva di preferenza, mentre al centro rimangono i “tiepidi”, solitamente più numerosi, ma con posizioni meno nette): decide di impegnare il proprio tempo a votare chi calorosamente sostiene una posizione, chi è nettamente favorevole o nettamente contrario a una proposta, e in Paesi con diverse decine di milioni di elettori come l’Italia o il Regno Unito si potrebbero trovare facilmente alcune centinaia di migliaia di pasdaran della sedia elettrica o dell’isolazionismo internazionale. Proprio per questo, infatti, la proposta britannica prevede che il Governo non debba automaticamente garantire il proprio appoggio al ddl scaturito dalle e-petitions.

A voler essere scontenti, si può in effetti essere scontenti di tutto: sia che la volontà popolare possa essere disattesa dal Parlamento, sia che questo ne sia invece vincolato (a seconda, beninteso, che la volontà popolare in questione sia, di volta in volta, di gradimento o meno di chi è scontento). La proposta che arriva da Londra rappresenta invece un ponderato bilanciamento tra democrazia diretta e rappresentativa, tra estremismo e confronto: un gruppo di cittadini interessati a un tema esprime la propria posizione, nel modo più facile e diretto; il Parlamento non può ignorare l’istanza, ma la discute, ne analizza i pro e i contro, e alla fine decide se approvarla o meno. Un istituto siffatto ricorda molto da vicino quella «istituzionalizzazione giuridica della comunicazione civica» di cui ragionava Jürgen Habermas, immaginando un “modello a due vie” di democrazia deliberativa in cui i processi decisionali vengono aperti a inputs informali, provenienti dal “basso”, ma le decisioni finali devono poi essere assunte in circuiti istituzionali strutturati ed efficaci. Si tratta quindi, a conti fatti, di una proposta seria e ragionevole, altro che X-Factor. Talmente ragionevole, che viene il dubbio se di questi tempi la si potrebbe vedere approvata anche da noi.