[29-12-2010] Roma città chiusa (ai pastori)

di Carla Bassu, docente di Diritto pubblico, Università di Sassari

In tempo di Feste, quale figura è più pacifica ed evocativa di scenari di serenità bucolica dei pastori che pascolano le greggi? Peccato che la raffigurazione iconografica, da tempo, non risponda più alla realtà quotidiana di una categoria sofferente, che patisce le conseguenze di una crisi profonda.

In Sardegna, da mesi, gli allevatori si sono uniti in un fronte di protesta che, compatto, denuncia l’insostenibilità di un mercato che penalizza i produttori locali, ormai sull’orlo del tracollo.

Nei mesi scorsi, l’esasperazione ha spinto a lasciare le campagne per occupare i palazzi delle istituzioni, ma le risposte della politica regionale e nazionale si sono rivelate insoddisfacenti e i pastori si sono decisi a solcare il mare per rappresentare a livello centrale la forza di una voce che la distanza della provincia rende un’eco remoto.

Non sono i pastorelli del presepe quelli che, il 28 dicembre sbarcano a Civitavecchia dopo dodici ore di viaggio, sono lavoratori impegnati quotidianamente in un’attività dura e talvolta ingrata,    una risorsa preziosa per il tessuto produttivo del Paese.

Soprattutto, si tratta di cittadini italiani titolari di diritti costituzionalmente garantiti quali la libertà di movimento e di manifestazione del pensiero.

Ad accogliere i pastori sardi ci sono le forze dell’ordine che impediscono loro di lasciare il porto e di recarsi a Roma dove avrebbero voluto manifestare (pacificamente) il proprio malcontento. Perchè?

Quale minaccia intende scongiurare l’attacco preventivo consumato ai danni degli isolani?

Il pericolo è dato dalla denuncia di un grave stato di disagio di fronte al potere costituito. La minaccia è in realtà un diritto sacrosanto e le restrizioni applicate sono un abuso.

Umiliati e offesi, gli allevatori sardi vengono respinti e costretti a tornare sull’isola nella frustrazione delle proprie aspettative, con l’amara percezione di essere italiani di serie B, cui viene preclusa finanche la possibilità di esprimere il proprio malessere.

Tra pochi giorni saluteremo l’arrivo del 2011, centocinquanta anni fa si celebrava l’Unità di Italia, eppure ancora oggi è possibile sentirsi stranieri in Patria.