[27-12-2010] Non è un Paese per donne?

di Paolo Cavaliere, PhD Università Bocconi

Si è spenta tre giorni prima di Natale Filomena Delli Castelli, affettuosamente nota, nel Pescarese dove era nata nel 1916 e dove aveva trascorso la sua vita, con il diminutivo di Memena. Laureata in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, insegnante di scuola media, era stata membro dell’Assemblea costituente, eletta tra le fila della Democrazia cristiana.

Durante la stagione costituente, coerentemente con i principî ispiratori del suo gruppo parlamentare e della sua fede personale si spende contro l’introduzione dell’istituto del divorzio; al contempo, con puro spirito liberista, si oppone alla previsione di misure normative di stampo paternalistico a tutela della famiglia che vadano a minare l’autonomia dell’individuo regolando «gli uomini come automi o ingranaggi della grande macchina statale». Il resoconto stenografico della seduta del 19 aprile 1947 ci restituisce un suo motto illuminato: «L’opera dello Stato dovrebbe essere di profilassi e non di intervento diretto». Con lucidità e grande capacità di analisi del mutare dei tempi si interroga sull’evoluzione del ruolo della donna nella società e nella famiglia, osserva le difficoltà e i sacrifici che sono richiesti a quelle «mamme che sono occupate oggi nella fabbrica e nell’industria, e che quindi non hanno tanto tempo da rimanere a casa e che, anche quando stanno a casa, hanno il diritto anche loro di godere di un meritato riposo». Studia e analizza come la sfida di conciliare gli impegni della vita domestica e famigliare, in primo luogo la missione di educare i figli, con quelli della vita pubblica e professionale sia disciplinata in altri Paesi europei, e infine rileva che «in Italia il problema dovrebbe essere affrontato con profondità di amore e profondità di scienza»: un invito che, ad oltre 63 anni di distanza, non può purtroppo dirsi pienamente accolto. Conclusa l’esperienza della Costituente, la sua passione politica la porta ad affrontare due nuovi mandati parlamentari e a divenire poi sindaco della cittadina di Montesilvano, in provincia di Pescara, prima donna investita di una simile carica in Abruzzo.

Con la scomparsa di Filomena Delli Castelli rimane ora in vita una sola donna, Teresa Mattei, delle 21 che sedevano tra i banchi della Costituente. 21 su 556: una cifra che supera di poco la soglia, assai misera, del 3%. Se la percentuale di rappresentanza femminile nella composizione odierna del Parlamento, che si aggira intorno al 14% per il Senato e al 17% per la Camera dei Deputati, appare decisamente più alta, occorre anche contestualizzare questi dati. Se da un lato sembra essersi arrestata una preoccupante tendenza alla decrescita del numero delle donne parlamentari che aveva avuto luogo tra il 1988 e il 2001, è anche vero però che i nostri numeri sono più bassi non solo, ça va sans dire, di Finlanda, Norvegia e Svezia i cui Parlamenti sono rosa per almeno il 40%, ma anche, in ordine di “demerito”, di Estonia, Lettonia, Slovacchia, Polonia, Bulgaria e Lituania. La percentuale di donne italiane parlamentari a Strasburgo rispetto ai connazionali uomini supera di poco il 19% e sembra un po’ più incoraggiante; anche qui, però, l’ottimismo scema quando si considera che la percentuale complessiva del Parlamento europeo si attesta al 30,3% e solo Cipro,  Malta e Polonia hanno percentuali più basse della nostra. Allargando il discorso agli altri organi costituzionali, non si può poi non riflettere sul fatto che non ci sono mai stati in Italia un Presidente della Repubblica o un Presidente del Consiglio del Ministri donna, e che, su 98 giudici della Corte costituzionale dalla sua istituzione nel 1955 ad oggi, si contano solo due donne (l’avvocato Fernanda Contri, giudice dal 1996 al 2005, unico Presidente della Consulta donna, per alcuni mesi nell’ultimo anno del suo mandato, e la professoressa Maria Rita Saulle, nominata nel 2005).

Tempi come questi, in cui l’accesso alle aule parlamentari per le donne sembra passare anche attraverso la considerazione di canoni estetici; in cui le parlamentari devono alzare la voce per rivendicare misure che consentano di coniugare la maternità con l’adempimento dei compiti inerenti al proprio mandato; in cui il distacco dalla maggioranza di due Ministre viene subito bollato da più parti come esempio di isteria femminile, contrapposta alla più posata razionalità dei colleghi uomini, non lasciano presagire sviluppi positivi per l’impegno delle donne in ruoli istituzionali nel prossimo futuro. Tutto ciò, d’altronde, non è che lo specchio di un problema di ben più ampio respiro, di una transizione verso una piena parità tra generi che nel suo complesso è ancora a metà del guado. Volgendo lo sguardo indietro, si vede allora come il messaggio di Filomena Delli Castelli sia ancora attuale: la necessità di una seria e profonda analisi, che coinvolga tutte le componenti sociali, e porti all’elaborazione di policies ponderate e non mediaticamente annunciate e poi subito accantonate. Riflessione prima che sensazionalismo. Il raggiungimento della parità non può essere più la sfida personale di poche coraggiose, ma deve diventare un obiettivo preciso che la società nel suo complesso si prefigge e, con tutte le forze a disposizione, consegue.