[22-12-2010] Quelle tasse bellissime…

di Marco Plutino, docente di diritto pubblico, Università degli studi di Cassino

L’improvvisa scomparsa di Tommaso Padoa Schioppa rattrista profondamente. Altri saranno in grado di tracciare un profilo di questo importante europeista ed economista di livello internazionale.

Qui, più in piccolo, vorrei ricordare il momento in cui la figura è piombata inaspettatamente tra i pensieri di chi riflette sui paradossi dell’incontro tra il costituzionalismo, come forma storica di limite al potere politico, e la democrazia, come governo effettivamente popolare. Mai come in questi anni, a mio avviso, si era toccato con tanta levità ma anche decisione il tema ineludibile del ruolo della politica, la sua essenza, come quando fu pronunciata quella famosa dichiarazione dell’allora ministro secondo cui “è bellissimo pagare le tasse”. Intanto il largo travisamento richiede una riproposizione integrale: “Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute”. Mastella direbbe: embe’?

Forse la comunicazione politica delle nostre società democratiche rappresenta ormai una lente distorta per discutere seriamente e pubblicamente dei nostri problemi. Meglio chiamare in causa la tecnocrazia irresponsabile, o la “maschera” della solita sinistra delle tasse e dell’invidia sociale.

La idiosincrasia, la fobia parossistica delle tasse è tipicamente americana, ma questa forma di pensiero unico si è ormai impadronito anche della vecchia Europa (certo con maggiore fondamento: data l’assenza di corrispondenza tra tasse e servizi). E’ il più comune e importante tabù odierno del dibattito politico. E non si tratta di chiamare in causa il governo paternalistico per il bene del popolo. La democrazia è un’altra cosa.

Il tabù delle tasse, quelle tasse poste dal Parlamento che fondano lo Stato rappresentativo, ormai (mal)fonda le nostre democrazie “governanti”. Il momento elettorale è gravemente distorto da questo convitato di pietra. Prevale la rappresentazione teatrale sganciata dalla realtà, che è fatta di scelte e di vincoli. La colpa prima è della cattiva politica che ha perso la capacità di dire la verità, anche se sgradita. Decenni fa un insospettibile come Bobbio ci mise in guardia dai guasti della retorica dei “diritti” privata dei doveri, della trasformazione di ogni aspettativa in diritto, magari “quesito”, irretrattabile. La politica per interesse spiccio o per cattiva ideologia fece “orecchie da mercante” e finì in dibattito tra chierici.

Non si discute che i tassi di pressione fiscale raggiunti in Europa siano al limite della sopportazione (per chi paga). Ovvio. Ma ciò dovrebbe indurre non a rimuovere bensì a posizionare al centro della nostra agenda politica i problemi che Padoa Schioppa intendeva porre.

La bellezza di pagare le tasse, questo “fatto civile”, può comprendersi solo alla luce di una visione per cui l’impegno politico non può disgiungersi da uno pedagogico. Ora la pedagogia democratica, come il diritto costituzionale, appartengono più al passato che al presente della vicenda attuale della politica democratica. Nella società esistono preferenze individuali e, attraverso la sintesi di quelle individuali, quelle collettive. Quando società e Stato si incontrano nel momento elettorale la sintesi delle preferenze giunge ad essere non una auto-selezione dal basso di elaborazioni collettive, ma la prevalenza, tra le altre, di pedagogie politiche o discorsi (oggi si parla di “narrazioni”) portate avanti dalle classi dirigenti e, soprattutto, dalle parole, dai comportamenti e dagli esempi delle classi politiche. Se non si vuole ammettere questo, si sappia che comunque educatori saranno all’opera a loro modo, magari dietro lo specchio deformato dei sondaggi a far “parlare” il popolo.

La politica, soprattutto in tempi di crisi, è cosa severa ma oggi, in Italia più che altrove, siamo nel tempo del café chantant democratico. Però non si ignori che vi è stato un luogo e un tempo, sia pure remoti e limitati, in cui proprio in Italia si teorizzò e per quel che si potè praticò una concezione diversa della politica. In cui la politica (non ancora democratica in senso proprio, detta “repubblicana”) era “scienza di governo” retta da una “filosofia civile”.

Comincia ad apparire chiaro che il giocattolo democratico, senza una inversione di tendenza, andrà incontro a brutte sorprese.

L’immagine delle “bellissime” tasse, forse ce ne siamo dimenticati, ebbe un degno contraltare immaginifico: l’invocazione di un diritto morale o “naturale” a non pagarle, se ritenute eccessive, anche se dovute. Affermazione che meritò una insolita presa di posizione non dell’Agenzia delle Entrate, ma della Chiesa, che della materia ne sa qualcosa. Non è stata questa nell’arena pubblica una forma di confronto a distanza tra due pedagogie? Chi ha “bucato” lo schermo e chi è stato coperto di scherno?

Non è una questione ideologica, ma di civiltà non pagare più tasse del dovuto, a patto che questo dovuto non me lo stabilisco da solo. Diversamente, non è fuori luogo l’accusa di sovversivismo. E’ una questione di civiltà discutere pubblicamente con argomenti ragionevoli sulla giusta entità di queste tasse, magari con una più chiara delineazione di vincoli di destinazione onde meglio poter imputare la responsabilità politica. Non è di questo che Padoa Schioppa avrebbe voluto parlare? Siamo invece davanti ad un rifiuto aprioristico della politica ad intraprendere un discorso di questo tipo, che dovrebbe partire dagli effetti sui diritti della doverosa riduzione dello stock di debito (che è forma occulta di tassazione). Un discorso che, dovendosi tenere insieme efficienza e (riduzione della dis-)equità, quali presupposti indefettibili perché le tasse siano e appaiano “belle”, non è caro alla cattiva politica e comunque non è ritenuto praticabile per un deficit di autorevolezza della politica. Più comodo la tesi dell’infortunio, rimuovere e passare oltre, finchè sarà possibile.

Il costituzionalismo nacque all’insegna del “no taxation without representation”. La democrazia avrebbe dovuto realizzare in pieno questo ideale e ne è stata, invece, la tomba. Di questo legame indissolubile tra (giusta) tassazione e (buona) rappresentanza a noi italiani, i particolare, sono rimaste solo le tasse.

Dunque non gaffe: provocazione intellettuale, atto di accusa, denuncia amara, sia pure pronunciate con il sorriso gentile e amabile di un gentiluomo. Un sasso gettato nello stagno della classe politica ma che non deve vedere estranei gli stessi cittadini sia pure nella limitata misura in cui attualmente sono in grado di scegliere la propria rappresentanza. Vi sarà un legame nella correlazione inversa tra la pressione fiscale più alta tra i paesi sviluppati dell’occidente e la peggiore classe politica?

Le tasse sono “belle” vuol dire, insomma, che le cause della iniquità, la negazione del merito e della responsabilità – insomma le cause della crescita “zero” e l’alimento del consenso della cattiva politica – sono “brutte” e vanno affrontate e rimosse.

Certo Padoa Schioppa non aveva pressanti problemi di consenso (il “suo” governo si). Però in tutta la sua carriera ha fatto come e quando ha potuto con azioni responsabili, circondate da larghissima stima, quel che in un’occasione ha detto. Ha fatto insomma, in altro modo, politica. Qui volevo solo ricordare che diquell’impegno era parte integrante, e non imbarazzante, quella esternazione, quella pillola di “filosofia civile”.