[22-12-2010] Piazza e palazzo: un rapporto interrotto

di Carla Bassu, docente di Diritto pubblico, Università di Sassari

Il giorno della verità della riforma Gelmini scorre nell’assedio della pressione delle contestazioni.

La deriva violenta della manifestazione del 14 dicembre ha devastato il centro di Roma e scosso la coscienza di un intero Paese, spettatore attonito di uno spettacolo surreale e sconvolgente. D’altronde, sorprendente e inquietante è stato l’atteggiamento di alcuni rappresentanti della protesta, che hanno esitato a prendere le distanze da fenomeni ingiustificabili, adducendo argomentazioni non accettabili come scriminanti.

Gli studenti affermano che la radicalizzazione del dissenso è dovuta alla mancata apertura di un fronte di dialogo rispetto a un provvedimento che dall’inizio del suo percorso parlamentare, più di due anni fa, è stato oggetto di aspre contestazioni.

A onor del vero non si registrano iniziative di confronto da parte dei fautori della riforma con i destinatari delle innovazioni promosse; non c’è mai stata una risposta in via istituzionale alle istanze degli studenti e dei ricercatori, il ministro si è limitato ad arroccarsi nel forte delle sue motivazioni senza preoccuparsi di illustrarle nel merito.

La condivisione delle ragioni della protesta da parte di soggetti posti in tutti i livelli della gerarchia universitaria avrebbe dovuto garantire agli occhi del governo la serietà e la fondatezza del dissenso. Ma l’ampia partecipazione e la strenua resistenza che nel corso dei mesi non ha dato segno di cedimento non è stata sufficiente a spingere Gelmini ad affrontare i movimenti, in un incontro chiarificatore in cui mettere sul piatto e discutere le ragioni del si e del no. Nessun contraddittorio è stato mai instaurato e ciò ha portato all’esasperazione del malcontento.

La violenza però fa gioco al potere e la reazione inconsulta della piazza è stata accolta dal palazzo come una provocazione e liquidata come una voce di ribellione che non merita di essere ascoltata, bensì soffocata. I violenti del 14 dicembre non hanno giovato alla causa anti-riforma ma l’hanno compromessa, spostando l’attenzione dal merito del provvedimento sugli atti gravi di delinquenza comune di cui si sono resi responsabili. Anche per questo devono essere emarginati.

Oggi la strategia è cambiata: dall’attacco alla zona rossa si passa all’isolamento del centro istituzionale della capitale. I manifestanti scelgono di ignorare gli abitanti dei palazzi della politica, titolari di un potere decisionale che talvolta rispecchia più l’impronta impositiva delle regole aziendali che il percorso di negoziazione proprio delle scelte democratiche.

Certamente ogni opzione è migliore della violenza. Nessuno può mettere in discussione il diritto di manifestare pubblicamente il dissenso politico, ma il ricorso alla violenza spazza via tutte le giuste rivendicazioni e fa passare irrimediabilmente dalla parte del torto.