[17-12-2010] Domare i bisbetici: la Corte costituzionale e le dinamiche della politica

di Graziella Romeo, docente di diritto pubblico, Università Bocconi e visiting scholar Fordham University, New York

Il 14 dicembre scorso, più o meno nello stesso momento in cui in Parlamento si svolgeva la votazione sulla mozione di sfiducia al governo, il neopresidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo disponeva il rinvio dell’udienza pubblica sul legittimo impedimento al prossimo 11 gennaio. L’annuncio era stato dato qualche giorno prima dallo stesso giudice costituzionale.

Lo scopo è chiaro: esaminare la questione in un clima politico-istituzionale più sereno rispetto a quello attuale o, almeno, evitare l’inopportuna coincidenza tra la discussione parlamentare e una decisione dagli inevitabili riflessi politici.

Del resto, che la macchina giuridica debba fare il suo corso anche a prescindere da valutazioni di opportunità politico-istituzionale è idea che può trovare adesione soltanto nell’ambito di una visione radicalmente formalistica del diritto.

Le Corti costituzionali, ad ogni latitudine, impiegano spesso gli strumenti a loro disposizione (procedurali o sostanziali) – come il rinvio, la trattazione riunita delle cause, la precisazione della questione da decidere – per minimizzare l’impatto politico dei loro interventi.

Altre volte, al contrario e forse con minore frequenza, spingono sull’acceleratore politico per favorire transizioni, per veicolare riforme, per attuare disposizioni costituzionali dimenticate.

In ogni caso, il ruolo delle Corti costituzionali è spesso ingrato. Esse si trovano a risolvere, sul piano tecnico-giuridico, questioni che, nel circuito politico, danno luogo ad inconciliabili scontri ideologici. Anzi, più la contesa è radicale, più la giustizia costituzionale rappresenta l’ultima auctoritas cui fare appello per riassorbire nella fisiologia ordinamentale, la patologia determinata della frattura ideologico-politica.

Così, per guardare al di là dell’“orticello” italiano, le Corti federali americane – incaricate del sindacato di costituzionalità in un sistema che non accentra tale funzione presso la sola Corte suprema – si misurano di questi tempi con la riforma sanitaria duramente contestata dalla componente repubblicana del Congresso. La prima pronuncia di incostituzionalità parziale è arrivata lunedì scorso dalla Corte federale della Virginia. La sensazione che stia proseguendo in giudizio quanto non si è concluso nella sede parlamentare è talmente solare che i commentatori si preparano a misurare la leadership di Obama sulla capacità di difendere, non appena se ne presenterà l’occasione, la “sua” legge davanti alla Corte Suprema.

In questo clima non sembra casuale che proprio sulle nomine dei giudici federali si stia consumando una durissima battaglia tra il Senato e la Casa Bianca: cinquanta designazioni operate dall’attuale Presidente attendono da due anni il consent senatoriale. La lentezza, infatti, non è imputabile ad un mero eccesso di zelo nel seguire il procedimento di nomina, soprattutto se si ricorda la rapidità con cui, in passato, il Senato ha approvato la designazione di Justices pur ampiamente contestati sul piano dell’indipendenza e dell’imparzialità (come l’attuale Presidente della Corte suprema, J.G. Roberts).

Un’ulteriore dimostrazione giunge da un altro tema spinoso dell’attuale dibattito politico: la regola del “don’t ask, don’t tell” che proibisce ai membri dell’esercito americano di dichiararsi omosessuali (per supposte ragioni di protezione della moralità e del buon andamento dell’amministrazione militare), criticata da Obama e dal partito democratico. La questione è stata di recente sottoposta al vaglio dei giudici costituzionali. Ebbene, la Corte – intervenuta dopo due pronunce federali di segno opposto – ha dichiarato di non potersi pronunciare, lasciando il Congresso libero di discutere l’abrogazione della legge che ospita la norma. Il Collegio ha così deciso di non “togliere le castagne dal fuoco” al Presidente.

Insomma, sia che il processo di selezione dei giudici abbia natura lato sensu democratica, sia che venga affidato al giudizio neutrale di un pubblico concorso, recuperare sul terreno costituzionale, ciò che si perde sul piano della politica (e viceversa) non sembra essere una buona idea.