[15-12-2010] La democrazia secondo Silvio

di Marco Plutino, docente di diritto pubblico, Università degli studi di Cassino

Comprensibilmente occupati, come siamo, dal merito dell’esito del voto sulla fiducia, ci sta sfuggendo che il discorso del Presidente del Consiglio ha inteso veicolare qualcosa di più di un possibile programma di governo per il futuro. Berlusconi va raramente, come è noto, in Parlamento ma quando ci fa, non manca di impartire ai parlamentari lezioni di diritto costituzionale “vivente”. Vediamola, questa visione della democrazia espressa in apertura del discorso, anche perché è indubitabile che ancora una volta – terreno culturale – queste opinioni sono ormai molto vicine ad essere “senso comune”.

La vulgata ha una grande coerenza interna, che può definirsi a partire da una visione mitica o dogmatica della sovranità popolare: le elezioni, nelle quali si esprime il popolo sovrano, attivano il circuito che conduce all’individuazione del governo; esiste una volontà popolare chiara e univoca – il cd. mandato popolare – oggi resa “certa” dal premio di maggioranza. Il governo è guidato da un Presidente del Consiglio indicato sulla scheda e che tendenzialmente dovrebbe (qui giuridico e politico si iniziano a confondere) coincidere con la legislatura. Il popolo italiano uno actu, beato lui!, riuscirebbe a individuare un leader, un programma, uno schieramento di governo e una base parlamentare. E ciò per cinque anni (cosa peraltro mai avvenuta, dal 1994)! Chi viene meno a questi patti è traditore. Ad essere tradita è insieme la Costituzione, la democrazia, il popolo sovrano, gli alleati al governo o il Capo (Bossi permettendo) che ne interpretano in via esclusiva ed autentica la volontà.

Ne è coerente sviluppo il cd. divieto di ribaltone (espressione risuonata ieri decine di volte!), argomento presentato sempre a cavallo tra regola giuridica implicita nel sistema costituzionale (ma dove e con quali presunti effetti?) o, con maggiore prudenza, quale regola di somma opportunità politica, quando non di etica politica, dunque egualmente, anche se non giuridicamente, “doverosa”.

C’è davvero da dire: troppe cose tutte insieme! E tutte discenderebbero, tra l’altro, da una sola espressione di voto da parte di una pluralità di singoli cittadini all’atto di entrare nella cabina elettorale. E il voto di chi non consente? Quale valore ha il principio minoritario?

Veniamo al punto. Il Presidente del Consiglio richiama l’art. 1 della Costituzione nella parte in cui individua il popolo come il soggetto di imputazione della sovranità e tuttavia omette di indicare il ruolo che rivestono nell’economia della Costituzione – una Costituzione se non erriamo “democratico-liberale” –  quelle “forme” e quei “limiti” richiamate dall’art. 1 Cost. subito dopo e inevitabilmente rinvianti a tutto il testo costituzionale (ad esempio al principio del libero mandato parlamentare). Sia chiaro, nessuno onesto intellettualmente può agognare un ritorno al passato che peraltro si ripresenta da sé, e in forme di caricatura. Va detto però chiaramente che né la stabilità di governo né l’efficienza (che è ancora altra cosa, ed è ciò che interessa veramente) possono dipendere dall’invenzione pura e semplice di regole costituzionali, peraltro alla luce di una sottintesa, e assai discutibile, costituzione materiale che si sarebbe fatta strada giustapponendosi o sostituendo la Costituzione formale.

La forma di governo si può, entro certi limiti, cambiare. Allo stato, tuttavia, ne abbiamo una parlamentare, e la Costituzione è, peraltro, piuttosto laconica in termini di regole per stabilizzare l’esecutivo. I regimi parlamentari hanno il loro pregio che, al limite, può trasmutarsi nel loro difetto (se difettano certe condizioni di cui si dirà in chiusura) proprio nella flessibilità: questo vuol dire che il parlamento “fa e disfa” i governi. L’espressione pare brutta, ma è così. Per la verità nessuno è sovrano nel senso in cui ne parla Berlusconi, neanche il parlamento. Questo è solo giuridicamente e politicamente libero di disfarsi dei governi (privi di maggioranza), e se la sanzione elettorale può esplicarsi in termini assai blandi – perciò aumenta l’astensione! – ciò è dovuto proprio al modo balordo in cui è congegnata l’attuale legge elettorale, voluta dal Presidente del Consiglio per non perdere troppo nel 2006.

Ora, lo spauracchio della “crisi al buio”, di per sé, è tendenzialmente neutro rispetto al problema della “governabilità”: se una maggioranza intende davvero, unitamente, risolvere i problemi, nulla glielo può impedire se non se stessa, come che si qualifichi (centro-destra, centro-sinistra, ma anche: di responsabilità nazionale, di salute pubblica, armata della salvezza, e così via). Il problema è di classe politica, di partiti e di cultura politica (e delle istituzioni).

Che, per citare in conclusione Berlusconi: “I liberi Parlamenti sono chiamati ad interpretare e a rappresentare la volontà popolare, non a sostituirvisi per ragioni di interessi di parte” è affermazione sufficientemente vaga e vuota da poter essere sottoscritta. Certamente è implicito un richiamo contro il trasformismo del nostro ceto politico (nelle quali manifestazioni entra a pieno titolo, però, la campagna acquisti di queste ore). Resta la domanda: chi sarebbe il guardiano, il giudice, o l’interprete di questo confine? Il capo “carismatico”? O il Capo dello Stato (e come?). Non è, appunto, il popolo quando vota?

La verità è che un sistema politico non può funzionare decentemente senza un sistema dei partiti fatto di pochi partiti radicati, veri e il più possibile, se non democratici, almeno ampiamente pluralistici. Se ci fossimo mossi in questa direzione, anziché consentire quel carnevale della democrazia degli ultimi quasi venti anni, con l’esperimento pilota della Forza Italia del 1993-94, saremmo a questo punto?