[15-12-2010] Il Parlamento non è uno stadio, o forse si?

di Arianna Pitino, docente di diritto Pubblico, Università di Genova

Se un eremita, dopo avere vissuto tutta la sua vita appartato dal mondo, avesse deciso di ritornare proprio in questi giorni, accendendo la radio o la televisione avrebbe pensato di trovarsi nel bel mezzo di un’epocale competizione agonistica tra due atleti, Berlusconi e Fini, collegata a un nuovo tipo di sport, chiamato votazione della mozione di sfiducia, a metà strada tra il gioco individuale e quello di squadra.

Sede della gara l’Aula di Montecitorio gremita di tifosi, o almeno di che sono riusciti a entrare grazie alla legge elettorale che li ha muniti della particolare tessera del parlamentare, mentre gli altri sono rimasti  fuori, in trepidante attesa. A turno, i tifosi-parlamentari declamano il proprio sostegno a favore dell’uno o dell’altro sfidante, finché non diviene palese il risultato finale: Berlusconi è il vincitore innegabile della giornata e Fini il grande sconfitto. Così, almeno, dicono tutti i telegiornali della sera che, pressoché all’unisono, rendono omaggio al vincitore.

Subito si inizia a sentir parlare di vittoria personale dell’uno e di sconfitta dell’altro, di v-day e di ko, di rockstar che risplendono contrapposte a nebulose che non brillano più, di traditori – di venduti, sarebbe forse il caso di dire – e di traditi, di chi salirà trionfante sul podio già allestito da Bruno Vespa e di chi non potrà far altro se non rientrare nei box per riparare i danni subiti. Insieme si odono le clamorose manifestazioni di gioia dei tifosi in delirio accanto ai volti delusi degli sconfitti. Ma – e chi nella sua vita è entrato almeno una volta in uno stadio di calcio lo sa bene – c’è sempre qualcuno che, preso magari dalla foga del momento, si lascia andare a turpi parole al solo scopo di sbeffeggiare il perdente e i suoi sostenitori. Di solito, quando le tifoserie si trovano fianco a fianco, atteggiamenti simili provocano scontri fisici e, per non contravvenire al cliché, i nostri tifosi-parlamentari non ci hanno fatto mancare neppure un bel – si fa per dire – tafferuglio finale.

Esiste un confine tra linguaggio giornalistico e monolinguaggio che tratta tutto allo stesso modo, usando le medesime parole ed espressioni per descrivere la vittoria – quella sì, per davvero – di una squadra di calcio o di una corsa automobilistica e il risultato della votazione di una mozione di sfiducia al Governo da parte del Parlamento.

Purtroppo, da un decennio a questa parte, una politica sempre più spregiudicata e arrogante ha abbattuto, una dopo l’altra, le barriere costituite dalla responsabilità sotto tutte le sue forme, dalla moralità, dal senso del limite nonché da quello del pudore. Giustamente, parafrasando la Costituzione, bisogna continuare a pretendere che tutti coloro cui sono affidate funzioni pubbliche, parlamentari in testa, le adempiano con disciplina e onore (!). Ma un dovere analogo incombe anche su coloro che descrivono, interpretano e documentano ciò che accade nella sfera pubblica e che non possono certo esimersi da un uso del linguaggio consono e appropriato alla serietà dei temi che trattano.

Se è vero che gli sport sono inanzitutto un gioco – o, almeno, sarebbe opportuno che tali rimanessero – il rispetto che sempre dovrebbe accompagnare le Istituzioni di uno Stato, a prescindere da chi momentaneamente ricopre l’una o l’altra carica, meriterebbe qualche riguardo in più anche da parte di chi, ogni giorno, si serve delle parole come strumenti del suo lavoro.

A meno di non voler concludere che “tutto è un gioco”, di pallone o di potere, poco importa. Ma, se la si intende in questo modo, è davvero breve il passo che conduce a un baratro dal quale sarà molto difficile uscire.