[14-12-2010] Il “votomercato” parlamentare: fuori i mercanti dal tempio?

di Marco Scoletta, ricercatore di Diritto penale, Università Statale di Milano

La notizia dell’apertura di un’indagine della Procura di Roma sulla compravendita del voto di deputati e senatori in occasione della prossima votazione della fiducia al governo in carica, pone, sul piano giuridico, lo spinoso interrogativo se il mercimonio del consenso politico, in sede parlamentare, possa integrare – quantomeno in astratto – gli estremi del reato di corruzione. In termini politici, tale interrogativo si declina nella diversa valutazione, come “intrusione della magistratura” piuttosto che come “atto dovuto”, del controllo giudiziario (penale) sui meccanismi di formazione delle maggioranze politiche parlamentari.

La specifica fattispecie penale che potrebbe venire in considerazione sarebbe presumibilmente quella prevista dall’art. 318 del codice penale (o l’istigazione, ex art. 322 c.p., a commettere tale reato): si tratta della c.d. “corruzione impropria”, a norma della quale è punito il mercimonio, da parte del pubblico ufficiale, non già di un atto contrario ai propri doveri d’ufficio – elemento che integra gli estremi della più grave figura di “corruzione propria” – bensì di un atto che pure sia pienamente legittimo e conforme ai doveri dell’ufficio. Nel caso del consenso parlamentare, d’altra parte, non potrebbe essere diversamente, alla luce del dettato costituzionale dell’art. 67, per il quale ogni membro del Parlamento “esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” ed è pertanto libero di passare in ogni momento da uno schieramento politico all’altro. Il nostro Codice Rocco, ciò nondimeno, proprio con la previsione della punibilità della corruzione impropria, dimostra di porre il prestigio e il decoro della Pubblica Amministrazione (intesa in senso ampio come comprensiva dei tre classici “poteri dello Stato”) come interessi meritevoli di tutela penale, punendo comunque il pubblico ufficiale che si arricchisca indebitamente facendo mercanzia dei poteri e delle prerogative legati allo svolgimento delle pubbliche funzioni.

Sennonché, forti dubbi si pongono sull’applicabilità anche di tale fattispecie corruttiva al fenomeno del “votomercato” parlamentare. In primo luogo – da un punto di vista endopenalistico – l’art. 318 c.p. richiede, ai fini della punibilità della condotta, la necessaria individuazione di un determinato “atto d’ufficio” come oggetto del pactum sceleris: profilo probabilmente riscontrabile qualora fosse mercanteggiato lo specifico voto assembleare, ma assai problematico da focalizzare qualora invece la promessa o la dazione dell’indebito fosse funzionale all’acquisto del parlamentare all’interno di una fazione politica (o anche solo all’abbandono del gruppo politico di appartenenza).

In secondo luogo, più radicalmente, è in via immediata dal dettato costituzionale che derivano le perplessità più consistenti alla possibile rilevanza penale dei fatti per i quali la Procura di Roma – a quanto pare – starebbe indagando sulla base degli esposti presentati del senatore Di Pietro. Non solo la già menzionata assenza di un vincolo di mandato parlamentare, ma soprattutto la chiara previsione (all’art. 68, comma 1, Cost.) della insindacabilità delle opinioni e dei voti espressi dai componenti del Parlamento nell’esercizio delle loro funzioni, sembra costituire una specifica scriminante costituzionale, nella forma del riconoscimento di uno specifico e peculiare diritto dei parlamentari, che impedisce di indagare (e di “chiamare a rispondere”) per via giudiziaria sulle ragioni – quand’anche eticamente inaccettabili – alla base di una determinata scelta politica.

D’altra parte, seguendo l’opposta conclusione, non sarebbe possibile differenziare la rilevanza penale della condotta – come pure in questi giorni qualcuno ha sostenuto -  sulla base del fatto che il “prezzo” del voto parlamentare sia pagato in termini di baratto politico piuttosto che monetizzato in termini economici: la fattispecie di corruzione, infatti, attribuisce indistintamente rilevanza alla promessa (e alla dazione) di “denaro” o di “altre utilità” e ciò consentirebbe di sindacare parimenti con la strumento penale anche tutte quelle contropartite politiche (ad esempio la promessa di un posto di governo, di una presidenza di commissioni parlamentari, di un seggio sicuro alle successive elezioni etc.) che – condivisibilmente o no – rientrano in una prassi normale della dialettica e della dinamica politica e che sarebbe impensabile estirpare brandendo l’ascia del diritto penale.

Se i mercanti sono nel tempio, e lo stanno sempre più trasformando in una “spelonca di ladroni” (Mc. 11, 15-17), non è quindi dall’esterno, attraverso la chiamata in soccorso della macchina giudiziaria, che devono essere tirati fuori, ma è dall’interno, attraverso un vibrante, deciso, indignato richiamo all’etica politica, che devono essere cacciati.