[13-12-2010] Parlamentari: pochi, ma buoni?

di Edmondo Mostacci docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Come al tempo della caduta del secondo governo Prodi, i preparativi della votazione della mozione di sfiducia di martedì 14 sono conditi da voci persistenti, secondo le quali alcuni parlamentari sarebbero stati prezzolati, al fine di indirizzare loro voto, questa volta in favore del governo.

Non si vuole in questa sede esprimere una valutazione circa la veridicità dell’asserita compravendita. Sul punto, è sufficiente notare come, allo stato delle notizie, essa sia soltanto possibile. Né interessa esprimere sdegno o condanna verso tali presunti accadimenti. Basti, come presupposto, convenire sulla loro mancanza di pregio.

Sembra invece opportuno svolgere alcune brevi considerazioni di ordine più genuinamente costituzionale.

La prima attiene al sistema elettorale: all’assenza di preferenze e alla strutturale e scarsa trasparenza delle liste elettorali. Il combinarsi di tali elementi favorisce l’insorgere di tali comportamenti poiché, nell’affidare la rielezione del Deputato alle deliberazioni delle dirigenze partitiche piuttosto che alla scelta del corpo elettorale – come si è già avuto modo di sottolineare – rende più premiante per il parlamentare seguire le consegne di qualsivoglia leader partitico anziché interpretare le istanze dei cittadini rappresentati. Questi ultimi, infatti, di fronte ad una candidatura in una buona posizione di lista, non avranno modo di incidere in modo significativo sulla rielezione.

La seconda e più significativa considerazione attiene invece alla strutturazione del Parlamento. Ora, è ovvio che qualora una maggioranza politica vanti pochi seggi di margine, le determinazioni individuali del singolo Deputato risultino determinanti per la sua stessa sopravvivenza. Al di là di casi di corruzione, anche il singolo problema di coscienza o il banale mal di pancia possono quindi mettere in crisi il governo o, comunque, l’efficace perseguimento dell’indirizzo politico (sempre che esso vi sia).

Naturalmente, quando il voto di un singolo Deputato o Senatore è determinante per la permanenza in carica della compagine governativa o per l’adozione di un atto di particolare rilievo, è facile che all’ideale public servant si sostituisca l’uomo concreto, con le sue debolezze, i suoi bisogni, le sue astuzie. Le conseguenze in ordine alla generale correttezza dei processi politici – eventuali tentativi di corruzione compresi – sono di prima evidenza.

D’altra parte, la frequenza di tali condizioni, in particolare di una maggioranza risicata, è tanto elevata quanto minore è la consistenza numerica dell’Assemblea. In una Camera composta di 100 rappresentanti, una maggioranza piuttosto ampia consiste infatti di pochi individui (applicando l’attuale e consistente premio di maggioranza, soltanto otto parlamentari). Non a caso, le Camere politiche dei principali Paesi europei – con l’eccezione del Congreso spagnolo – contano più di 550 deputati (650 la House of Commons, 598 il Bundestag, 577 l’Assembée nationale).

A riprova di quanto sostenuto, nel contesto americano ciascun membro del Senato – che conta appena 100 membri ma, nella forma di governo presidenziale statunitense, al pari della Camera dei rappresentanti non ha rapporti di tipo fiduciario con il Presidente – ha un rilievo particolarmente elevato ed è piuttosto comune che il Presidente ottenga l’appoggio politico di un senatore offrendo particolari e specifiche provvidenze in favore del territorio da cui quest’ultimo provenga. Fortunatamente, il sistema elettorale fortemente personalizzato e basato su collegi elettorali uninominali impedisce che il senatore utilizzi a fini privati questa sua posizione di vantaggio.

Su tale circostanza dovrebbero riflettere i molti che vedono con favore la proposta di ridurre il numero di parlamentari italiani: a fronte di un risibile risparmio di spesa, il rischio assai concreto è quello di mettere la stabilità delle maggioranze e la correttezza dei processi parlamentari nelle mani di qualche individuo, dei suoi pregi e dei suoi difetti.

Sul punto, l’esperienza italiana degli ultimi quindici anni dimostra che, quando le istituzioni dipendano dalle volontà di un singolo uomo, esse siano purtroppo condannate a prendere il peggio che questi sa offrire.