[11-12-2010] Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?

di Lorenzo Cuocolo, docente di diritto costituzionale, Università Bocconi.

Nello stesso giorno in cui il presidente della Corte costituzionale, Ugo De Siervo, decide di rinviare la pronuncia sul legittimo impedimento, affinché le questioni giurisdizionali non si intreccino con quelle politiche, la procura di Roma – con tutt’altra sensibilità istituzionale – comunica di aver aperto un’inchiesta sulla compravendita dei voti, che caratterizzerebbe questi giorni di vigilia del voto sulla fiducia, calendarizzato per martedì prossimo.

Molti esponenti del Pdl hanno gridato allo scandalo, lamentando una grave ingerenza della magistratura nell’autonomia del Parlamento. Sotto il profilo strettamente giuridico, in effetti, l’iniziativa dei pubblici ministeri romani suscita notevoli perplessità.

Pare che l’indagine sia stata aperta sulla base di notizie di stampa e di un “esposto orale” di Antonio Di Pietro al procuratore capo della capitale. Quando un magistrato apprende notizie sospette, deve valutare se queste integrino una notizia di reato, oppure no. Solo nel primo caso il magistrato, in osservanza del principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale, è tenuto ad avviare un’indagine. Una prima osservazione: avviare un’indagine non significa comunicarla ai giornali. Se anche ci fosse da indagare, dunque, il rispetto del delicato momento istituzionale richiederebbe un po’ più di riservatezza da parte degli organi inquirenti.

C’è poi una seconda anomalia: pare che i fascicoli siano stati aperti contro ignoti e senza indicazione di un reato preciso. Di cosa stiamo parlando, allora? Se la procura ritiene che le voci di compravendita dei voti integrino un reato, deve anche dire quale. Un fascicolo senza reato è un “vorrei ma non posso”, un atto di timidezza: detto altrimenti, è mancato il coraggio di indicare l’articolo 318 del codice penale, che punisce la “corruzione per un atto d’ufficio”.

È possibile immaginare che la compravendita dei parlamentari integri una corruzione, penalmente perseguibile? La norma fa riferimento al compimento di “atti” del proprio ufficio. Si può dunque immaginare, in astratto, che ci sia corruzione se un parlamentare si fa pagare per l’atto specifico di votare a favore della fiducia. Ma come dimostrarlo? È molto diverso il caso in cui il pagamento avvenga per passare da un partito ad un altro: in questo caso non sarebbe identificabile uno specifico atto d’ufficio e la corruzione sarebbe ipotizzabile solo come mercimonio della funzione di parlamentare, fattispecie assai dubbia.

E poi, chi lo ha detto che la compravendita si consumi con il passaggio di mano di mazzette di denaro? Se la persuasione avvenisse in cambio di una consulenza? O se al parlamentare venisse promessa la ricandidatura? O se, ancora, gli venisse offerto un posto di governo? Sono questi terreni dove può aggirarsi la magistratura, brandendo la clava della corruzione? Non sembra proprio. Ricondurre l’ipotetica corruzione alla mera dazione di denaro è semplicistico, perchè non considera il variegato ventaglio di possibili utilità che il parlamentare può ottenere votando in un certo modo.

Le considerazioni possono essere utili a comprendere il carattere effimero dell’iniziativa della procura romana. Ma c’è molto di più: l’articolo 68 della Costituzione dispone che “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Questa norma sull’insindacabilità, cioè, può funzionare come una vera e propria scriminante costituzionale, utile a fermare sull’uscio di Montecitorio i procuratori della Repubblica. La compravendita dei voti, ammesso che ci sia, potrà essere (ed è auspicabile che sia) sanzionata solo dagli elettori.

(pubblicato su Il Secolo XIX del 11-12-2010)