[11-12-2010] Fini bifronte

di Angelo Soragni Junior, dottorando nell’Università Bocconi

Come tutti noi sappiamo il 14 dicembre, prima l’aula del Senato e poi, a distanza di poche ore la Camera dei Deputati, decideranno attraverso il voto di fiducia, le sorti del boccheggiante Governo Berlusconi quater.

La legislatura, nell’ormai lontano aprile del 2008 era iniziata sotto i migliori auspici con una larga maggioranza nelle aule del Parlamento per la coalizione di centro-destra, vincitrice della competizione elettorale, guidata dall’attuale Premier e con una generale semplificazione del panorama politico nazionale.

Per la prima volta, infatti, nella storia sessantenaria della Repubblica Italiana, si costituivano solo sei gruppi parlamentari alla Camera e addirittura cinque al Senato.

Ma fin dall’inizio, e precisamente dal momento in cui a marzo del 2009 Forza Italia e Alleanza Nazionale, dopo il cartello elettorale dell’anno precedente, si fondevano materialmente in quello che diventerà il Popolo della Libertà, si potevano intravedere le forti tensioni che a distanza di poco più di un anno avrebbero portato ad una crisi quasi irreversibile dell’attuale esecutivo.

Continue schermaglie tra i due cofondatori ed i rispettivi fedelissimi (si possono ricordare le parole di Fini sul Monarca assoluto, oppure le accuse dei fedelissimi di Berlusconi – ex AN – sulla famigerata casa di Montecarlo), fino al personale scontro messo in scena alla direzione nazionale del partito dell’aprile 2010 e la successiva dichiarazione di incompatibilità di Fini con i valori del partito da lui fondato insieme a Silvio Berlusconi.

In tutto questo anno di sgambetti e accuse reciproche il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha sempre chiesto maggiore attenzione per il ruolo e le prerogative del Parlamento, a suo giudizio esautorato dal comportamento dell’attuale esecutivo e del Premier, e maggiore collegialità per le decisioni all’interno del Partito PdL, diventato una sorta di partito azienda guidato da un fantomatico Leader Maximo a dispetto dei proclami libertaristici dell’inizio di tale avventura politica.

Tutto ciò ha portato il Presidente della Camera a fondare in questi mesi un nuovo movimento politico, Futuro e Libertà, che si dichiara vicino agli ideali della destra moderna ed europea e che oramai, senza ombra di dubbio, convolerà a nozze con i movimenti API di Rutelli e UDC di Casini per la formazione del così detto terzo polo.

Lo stesso movimento, che gode di 34 rappresentanti alla Camera e 10 al Senato, eletti tutti nelle file del PdL, si accinge a votare la sfiducia all’attuale esecutivo nella seduta calendarizzata per martedì prossimo.

Voti assolutamente determinanti, come già dimostrato nella seduta del 29 settembre o nelle votazioni relative alla riforma Gelmini.

La Camera è, quindi, appesa ad un filo, mentre la situazione appare più favorevole per il Governo a Palazzo Madama.

Ma sembra oggi alquanto strano ed incoerente che il Presidente di un’aula parlamentare, Gianfranco Fini, che fino ad ora voleva ergersi a paladino delle prerogative parlamentari, auspichi una crisi extra parlamentare senza voto delle Camere che sancisca la fine del Berlusconi quater e chieda a gran voce le dimissioni del Premier.

Può un Presidente della Camera, Presidente tra l’altro del neonato partito Futuro e Libertà, che dovrebbe solo avere un ruolo di arbitro e che già si avoca un ruolo politico mai rivestito prima da un Presidente (Bertinotti e Casini si dimisero dai rispettivi incarichi politici) sperare ed auspicare una crisi al buio senza parlamentarizzazione della stessa, lui garante di una delle due aule parlamentari e per di più quella dove si accinge ad essere affossato l’esecutivo?

Berlusconi, in tal senso, sta rispettando i suoi doveri di Capo del Governo: verificare se effettivamente manca una maggioranza numerica alla Camera bassa.

Già in passato, ebbe lo stesso atteggiamento Romano Prodi che, nonostante una manifesta crisi dell’esecutivo, pretese, sia nel 1998 che nel 2008, per ben due volte, che tale situazione venisse certificata dal Parlamento.

In Italia si parla spesso di sistema elettorale alla tedesca, ma forse più che la legge elettorale dovremmo mutuare dal modello costituzionale teutonico la sfiducia costruttiva.

Soprattutto in un momento di crisi, tale metodo di sfiducia potrebbe dare più certezze e razionalizzerebbe oltreché velocizzerebbe l’eventuale sostituzione dell’esecutivo con uno proposto da una maggioranza parlamentare certa, capace di entrare nel pieno dei poteri in tempi brevissimi.

Ci accingiamo, invece, ad una crisi al buio, un buio pesto oserei dire, senza certezze; il voto potrebbe essere senz’altro problematico per il Paese in questo momento, ma è altrettanto vero che difficilmente potrà configurarsi una maggioranza alternativa a Berlusconi a Palazzo Madama.