[07-12-2010] Se cade il Governo, niente voto

di Raffaele Manfrellotti, docente di Istituzioni di diritto pubblico, Università di Foggia

Il Governo e gli esponenti della maggioranza ripetono sempre più spesso che qualora l’esecutivo non superasse la prova della fiducia il 14 dicembre la via obbligata sarebbe una nuova consultazione elettorale.

La Carta costituzionale dice però una cosa diversa: al termine di una crisi parlamentare o extraparlamentare che ha coinvolto l’esecutivo (ossia, nel caso di dimissioni “spontanee” ovvero provocate da un voto di sfiducia), il primo dovere del Capo dello Stato è la salvaguardia della continuità istituzionale: sicché, il Presidente della Repubblica deve innanzi tutto verificare le condizioni politiche per una nuova maggioranza e, pertanto, per un nuovo Governo. Non esiste dunque alcun Governo “costituzionalmente legittimo ma politicamente illegittimo”, come è stato fantasiosamente sostenuto, perché la legittimazione politica dell’esecutivo deriva ex se dalla sua legittimazione giuridica, ossia dalla circostanza che il Presidente della Repubblica lo abbia nominato dopo aver preso atto della presenta di una nuova maggioranza politica che lo appoggia.

Si suole definire questo nuovo Governo con l’ossimoro “Governo tecnico” (ossimoro perché il Governo è un organo per definizione politico, nessuno ha mai vinto alcun concorso per fare il Ministro o il Presidente del Consiglio), ma il nuovo Governo è a tutti gli effetti un nuovo esecutivo, con la propria maggioranza che lo appoggia, la cui durata in carica dipende esclusivamente dal permanere del suo consenso in Parlamento.