[03-12-2010] Lost in translation

di Edmondo Mostacci docente di diritto pubblico comparato, Università Bocconi

Dopo avere tenuto banco per giorni, la legge di riforma dell’università italiana è stata approvata dalla Camera dei deputati e attende, così, il definitivo placet del Senato. Uno dei suoi punti qualificanti – oltre che più fieramente avversati e controversi – è quello relativo ai ricercatori.

In breve, la riforma prevede da un lato l’abbandono del ruolo dei ricercatori, sostituito da contratti, stipulati tra le singole università e i giovani studiosi, a tempo determinato e della durata di tre anni. Alla fine del secondo contratto triennale, l’università ha la possibilità di chiamare in ruolo il ricercatore, qualora egli abbia vinto l’abilitazione nazionale prevista dall’art. 16 e l’istituzione valuti positivamente l’attività da questi svolta nel triennio.

Tale sistema sembra ricalcare da vicino la cd. tenure track, diffusa in particolare negli Stati Uniti d’America; un sistema che, al di là dell’oceano, ha favorito la selezione su basi sostanzialmente meritocratiche della docenza universitaria. Infatti, è tipico delle università americane reclutare i “professori di cattedra” attraverso un percorso che parte, appunto, da un primo contratto a tempo determinato cui segue, nel caso di positiva valutazione del ricercatore da parte dell’Università, la tenure, cui corrispondono forti garanzie in ordine alla stabilità della posizione raggiunta.

In altre parole, il meccanismo sopra descritto ha una vocazione fortemente garantistica per il corpo docente “di ruolo”, nella convinzione – fatta propria anche dalla nostra Costituzione – che tale garanzia sia necessaria al libero dispiegarsi della ricerca e del dibattito scientifico e, di conseguenza, al progredire dei medesimi. In tale ottica, la tenure track non si configura affatto come un impiego a tempo determinato, quanto piuttosto come un percorso (di qui il nome) strettamente finalizzato al pieno inserimento del ricercatore nella faculty dell’università interessata.

Coerentemente con questa impostazione, ogni università si impegna, con l’assunzione del ricercatore a tempo determinato, a inserire nella propria programmazione finanziaria le risorse necessarie alla successiva chiamata come associate professor del neoassunto. In altre parole, il passaggio da una posizione all’altra non è discrezionale o meramente eventuale, ma al contrario ha carattere necessario qualora il ricercatore abbia dato buona prova di sé durante il primo contratto.

Non così, invece la traduzione che del meccanismo hanno saputo dare gli artefici della riforma. L’incipit del quinto comma dell’art. 21, legando il passaggio da ricercatore a professore associato (non solo alla valutazione del merito e alla vittoria dell’abilitazione ma) all’ammontare delle risorse disponibili, spezza il meccanismo virtuoso di cui si è poc’anzi discorso. La posizione a tempo determinato non è più un binario verso l’immissione in ruolo ma un impiego a sé stante, cui può seguire, da un punto di vista meramente temporale, la vittoria di un concorso e la chiamata come professore associato. Il circolo della tenure track d’oltre oceano è così spezzato e la posizione di cui all’art. 21 della legge di riforma si configura come la sorella minore del pensionando ruolo dei ricercatori, ad evidente discapito della libertà della ricerca e dell’adeguatezza dei meccanismi di reclutamento del corpo docente.