[29-11-2010] Chi ha paura di Wikileaks?

di Paolo Cavaliere, PhD Università Bocconi

Uno spettro si aggira per il mondo: l’annunciata pubblicazione, poi cominciata la sera del 28 novembre, di quasi tre milioni di documenti diplomatici riservati ha messo in allarme le diplomazie dei Paesi occidentali e non solo, che temono la rivelazione di informazioni potenzialmente compromettenti e pericolose per la sicurezza interna e le relazioni internazionali, come ha sostenuto il Dipartimento di Stato degli USA. Lo spettro ha un nome ormai famosissimo: è Wikileaks, l’organizzazione che già dal 2006 si propone la pubblicazione di informazioni riservate tese a svelare episodi di malgoverno di cui l’opinione pubblica resterebbe altrimenti all’oscuro. Grazie a Wikileaks sono venute alla luce cifre (altrimenti sempre negate) impressionanti sui civili morti nel conflitto iracheno oppure, per restare all’attualità italiana, l’esistenza di una lista fantasma di 287 siti Internet censurati in Italia, ufficialmente perché di carattere pedopornografico ma in realtà apparentemente di natura completamente diversa.

Wikileaks rappresenta l’ultima incarnazione di una tendenza evolutiva nei rapporti tra governanti e governati, e in ultima analisi nel modo di concepire l’essenza della democrazia, che il mondo anglosassone chiama “open government”, ossia il diritto dei cittadini ad accedere ad atti e documenti governativi. Il principio in sé non è nuovo (l’idea che il pubblico debba conoscere per poter controllare chi lo governa e partecipare all’amministrazione della cosa pubblica è di matrice illuministica), sono nuovi i mezzi con cui esso viene ora declinato. Insediandosi alla Casa Bianca, il Presidente Barack Obama aveva espresso il proprio impegno per istituire negli USA «un sistema di trasparenza, partecipazione pubblica e collaborazione», sottolineando (non involontariamente) proprio l’evoluzione più rilevante: i privati cittadini non più solo ricettori di notizie, titolari passivi di un diritto, ma anche soggetti attivi di un dialogo sulla cosa pubblica che coinvolge tutti i consociati.

Mentre la Costituzione italiana è silente sul punto, il principio della trasparenza trova invece riconoscimento nell’art. 42 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, che garantisce ai cittadini il diritto di accedere ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione. Esiste anche un regolamento (reg. (CE) n. 1049/2001) che obbliga le istituzioni europee a tenere un registro dei propri documenti e a garantirne l’accesso a chi lo richieda, per consentire una partecipazione democratica quanto più ampia possibile ai processi decisionali. Attenzione alle parole, però: l’art. 3.a del Regolamento definisce come documento «qualsiasi contenuto informativo, a prescindere dal suo supporto, che verta su aspetti relativi alle politiche, iniziative e decisioni di competenza dell’istituzione»; una proposta di modifica avanzata dal Consiglio nel 2008 (che aveva attirato le critiche di Statewatch, per la sostanziale vanificazione del principio di trasparenza che essa avrebbe comportato), invece, puntava a modificare la definizione, classificando come “documenti” soggetti all’obbligo di trasparenza solo quelli formalmente trasmessi tra le istituzioni. Una definizione che escluderebbe, tra l’altro, anche documenti della stessa natura di quelli di cui si teme ora la pubblicazione.

L’affaire Wikileaks sembra insomma uno di quei film che tengono gli spettatori col fiato sospeso rimescolando abilmente scene già viste altrove e aggiungendo qualche spunto originale. Non è nuova l’esigenza di trasparenza negli affari pubblici, non è nuovo il tentativo di sottrarre alcune informazioni al pubblico dominio in nome della riservatezza degli affari di Stato (esigenza anch’essa meritevole di tutela, peraltro, entro certi limiti); inedita, semmai, è la partecipazione attiva di privati cittadini a questa dialettica, almeno in proporzioni così notevoli.

Non è chiaro, però, se la pubblicazione della sterminata mole di documenti sortirà più effetti positivi per la democrazia che pericoli per la sicurezza internazionale e per la privacy di mittenti e destinatari della corrispondenza diplomatica. Può anche darsi abbia ragione l’ex ambasciatore Spogli e che alla fine non vengano pubblicate che “yestarday news”, “roba vecchia” insomma. Il domani però interessa più di ieri, e il vero contributo di Wikileaks  alla democraticità delle istituzioni può consistere, più che nella possibilità di ficcare il naso in corrispondenza e documenti “di ieri”, nello stimolo a rendere sempre più trasparenti i procedimenti decisionali tramite il monito che ogni cittadino dispone dei mezzi per essere un cane da guardia del governo, come viene tradizionalmente definita la stampa a cui oggi, in tempi in cui molti organi di informazione sembrano incapaci di svolgere efficacemente questo ruolo, ognuno può sostituirsi.